In ospedale ormai da un mese, oggi sono stato dimesso e inviato in un istituto per la convalescenza. Bello, finalmente! Unico problema: devo presentarmi alle ore 9.15. Volendo fare tappa velocemente a casa per prendere alcune cose, ho ordinato un taxi per le 8.00.
Alle 6.45 sono già sveglio, alle 7.00 passa l’infermiera per la pulizia mattutina. «Lasci perdere la camicia da notte e il pannolone (che loro chiamano eufemisticamente “protezione”, e mi passi per favore il sacchetto con i vestiti che indossavo al momento del ricovero». Il sacchetto viene aperto e l’odore che ne esce, dopo un mese di deposito non è dei più invitanti, sa un po’ di muffa. Ma tant’è, quando passo a casa mi cambio.
Prima sorpresa: per svestirmi al momento del ricovero non sono stati a litigare con bottoni, chiusure lampo, cintura e bretelle: no, hanno semplicemente usato le forbici e tagliato lungo le gambe sia i pantaloni che le mutande. Va bene che i jeans stracciati vanno di moda, ma qui lo scempio è totale. Non avendo alternative li indosso lo stesso, sopra il pannolone perché le mutande hanno fatto la stessa fine. Immaginatevi un lungo vestito femminile da sera, ma con lo spacco dalla coscia non di fianco, ma davanti, con solo la cintura a sostenerlo. Le calze vanno bene, ma le scarpe… eh no, ho i piedi troppo gonfi. Sono costretto a infilarvi solo la parte anteriore del piede mentre il calcagno schiaccia il retro della scarpa trasformandola in «zibretta».
Magnanimamente, mi hanno trovato un accappatoio – da tenere con una mano sul davanti perché manca la cintura – che indosso sopra la giacca e, in un abbigliamento da fare invidia alle tenute sportive o di caccia del miglior Fantozzi, scendo all’uscita dove mi attende il taxi.

Tappa a Viganello dove, chi esce in quel momento dal cancello? L’inquilino del pianoterra che, non avendo mie notizie da più di un mese, desidera naturalmente informarsi e assicurarmi la sua assistenza in caso di bisogno. Normalmente non avrei nulla in contrario a fare quattro chiacchiere, ma il taxi aspetta e il tassametro continua a girare, per cui cerco di tagliare corto ed entro finalmente in casa. Un piano di scale paragonabile per grado di difficoltà alla parete nord dell’Eiger, quindi accedo finalmente al mio appartamento. Innanzitutto, prima che mi dimentichi, la pennetta USB con archiviati tutti i dati del mio computer fisso, per poterli utilizzare dal portatile. Poi, via il pannolone e i due semi-pantaloni, cambio di canottiera e maglione, ma non trovo la borsa da viaggio né, tantomeno, la borsetta per i prodotti igienici (deodorante, spazzolino da denti, dentifricio, eccetera).
Poi mi viene in mente che quando mi hanno ricoverato stavo per partire per Ginevra, per cui tutto ciò deve essere nell’auto parcheggiata sotto: li prenderò dopo, assieme al bastone che tengo sempre in macchina per sicurezza.
Passo quindi all’ardua operazione di indossare i pantaloni (un paio di jeans non passati per le vandaliche mani degli addetti al pronto soccorso). Con l’equilibrio precario che mi ritrovo, unito a un po’ di giramenti di testa, non è un’impresa da poco, il sudore si spreca.
Seconda sorpresa: cerco di collegarmi via Internet con la banca per effettuare alcuni pagamenti ma, no, non si può, la Swisscom mi ha inviato un dispositivo per l’aggiornamento del collegamento e, fintanto che non l’avrò montato è impossibile connettersi.
Nel frattempo, il taxista – forse preoccupato che sia scappato da una porta secondaria – mi ha già suonato due volte il campanello. Scendo quindi con la velocità consentitami dai miei acciacchi e, per non farlo aspettare oltre, salto (si fa per dire, in realtà ci striscio dentro come un serpente) in macchina e ci avviamo verso Sonvico. Mi ricordo della borsa e del bastone da prelevare dalla mia auto, ma ormai è troppo tardi. Pazienza.
Arrivato! Dopo aver pagato il prezzo – equo ma non per questo a buon mercato – della corsa, vengo accolto da un personale molto gentile che mi accompagna nella mia camera, la 227. Prima cosa da fare ora, è accendere il portatile e accedere ai dati archiviati sulla pennetta USB. Almeno quella non l’ho dimenticata.
Ultima (si spera) sorpresa: o la pennetta s’è guastata, oppure il portatile non riesce a leggerne i dati.

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