Il pensatore

«Alcune persone vedono un’impresa privata come una tigre feroce da uccidere subito, altri come una mucca da mungere, pochissimi la vedono com’è in realtà: un robusto cavallo che traina un carro molto pesante.» (Sir Winston Churchill)

Non ci sono imprenditori reazionari o progressisti, solo imprenditori

L’imprenditore può essere progressista, sociale, umanitario quanto vuole ma, se non riesce a produrre a un costo che gli permetta di essere concorrenziale sul mercato, fallisce per buona pace dei suoi dipendenti che si troveranno disoccupati invece che, sia pure modestamente, pagati.

Non dubito che ci siano anche imprenditori più avidi che sottopaghino il personale per aumentare il loro margine di guadagno ma, comunque, oltre un certo livello con i salari non si può andare.

Un’esperienza personale

Quando lavoravo nel settore dell’esportazione di farmaceutici, mi avevano insegnato a calcolare il costo di produzione: materie prime, costo manodopera, spese generali della ditta compreso l’ammortamento dei macchinari, interessi passivi su eventuali debiti bancari. A questo costo si aggiungeva dal 20 al 50% di margine per stabilire il prezzo di vendita, a volte solo il 10% sui grandi quantitativi dei concorsi pubblici statali. La maggiore o minore entità del margine di guadagno non derivava dalla presunta ingordigia del proprietario dell’azienda, bensì da quanto il cliente era disposto a pagare per avere delle chance di vendita nel suo specifico mercato. I grandi gruppi farmaceutici che investono miliardi nella ricerca (miliardi che poi comunque devono ammortizzare entro il termine del brevetto), essendo i primi sul mercato e non avendo quindi concorrenza, potevano e possono permettersi di chiedere prezzi anche esorbitanti. Salvo poi applicare un prezzo nettamente inferiore nei paesi il cui livello di vita non permette loro di pagare quanto in uso nei benestanti paesi industrializzati dell’Occidente. Per una piccola ditta che produceva copiando medicinali il cui brevetto originale era scaduto, l’unico mezzo per piazzare i propri prodotti era il contenimento del prezzo – dando ovviamente per scontata la «qualità svizzera». In Svizzera, i farmaci sono notoriamente cari e non è un caso che il 10% della cifra d’affari realizzata in patria desse lo stesso utile del restante 90% realizzato all’estero. E questo, nonostante che in patria, per poter inserire un articolo nella lista dei farmaci riconosciuti dalle casse malati, il suo prezzo di vendita dovesse essere inferiore a quello del prodotto analogo meno costoso già presente in detta lista.

Eravamo più gonzi? Non credo

Ovviamente, il mio stipendio – come del resto quello degli altri collaboratori – era basso, molto basso, anche con i canoni di allora (si era alla fine degli anni ’60). Tutti in piazza a protestare, allora? Neanche per sogno e per quattro motivi: primo, sarei stato licenziato in tronco e non avrei avuto più nemmeno quel salario che, benché non soddisfacente, mi permetteva di tirare fino alla fine del mese. Di transenna, si deve dire che la pace del lavoro in atto a quei tempi, ci aveva cresciuto nella convinzione che lo sciopero in Svizzera fosse addirittura proibito.

Secondo: la consapevolezza che il lavoro ben eseguito avrebbe creato del valore aggiunto alle mie prestazioni, che sarebbe stato tangibilmente riconosciuto con aumenti di stipendio quando la situazione finanziaria dell’azienda l’avesse permesso (e, sembrerà strano, ma nella mia carriera professionale mi sarebbe capitato più di una volta di ottenere un aumento senza bisogno di chiederlo).

Terzo: la speranza di una sistemazione professionale migliore c’era sempre e nulla mi impediva di cercarla, senza tuttavia la pretesa che mi spettasse di diritto.

Quarto: i sindacati di allora non avevano ancora subito il fascino della «scuola italiana» e la loro azione si basava su moderate rivendicazioni e sul dialogo con l’imprenditoria, quindi non su scioperi e proteste organizzate in piazza.

Io non credo che queste regole non scritte rendessero la mia generazione più gonza di quella che oggi sciopera o dimostra in piazza, senza rendersi conto di essere sobillata astutamente da sindacati i cui operatori – con stipendio sicuro e i piedi al caldo – sviano così l’attenzione dall’inutilità della loro esistenza.

Il salario minimo: una pretesa difficilmente sostenibile

Non bisogna confondere il salario minimo previsto nei contratti collettivi di lavoro – che è frutto di una contrattazione fra le parti – con un salario minimo generalizzato, inapplicabile in certi settori che producono articoli a buon mercato. È un discorso che si faceva già quando sedevo in Gran Consiglio e si discuteva l’iniziativa rossoverde volta a garantire a tutti un «salario decoroso».

Cosa significa salario decoroso? Evidentemente quello sufficiente a darti un buon livello di vita, indipendentemente dal tipo di lavoro svolto. E qui casca l’asino: se è possibile garantire tale salario in ambiti in cui il prodotto o la prestazione hanno un prezzo di mercato medio-alto, lo stesso non si può dire di quei settori nei quali si devono fare i conti con la concorrenza cinese o di altri dove, quand’anche ci sia, il salario minimo non è certo quello di 4’000 franchi al mese che si ipotizza in Svizzera.

Se, per esempio, imponiamo un salario minimo di 4’000 franchi al mese all’azienda che produce camicie impiegando 20 dipendenti con il solo compito di cucirne i bottoni, a quanto pensate che venga ad ammontare il prezzo di un singolo capo? E, data la perdita della quota di mercato dovuta all’agguerrita concorrenza, pensate forse che la ditta in questione possa sopravvivere con la vendita di quattro camicie in qualche boutique di Via Nassa?

Evidentemente no, ragione per cui delle due l’una: o chiude o delocalizza in qualche paese dove la manodopera sia a basso costo. In entrambi i casi, privando lo Stato di un contributo fiscale più o meno importante.

Il paradosso del salario minimo diversificato per categoria

Questa assurdità era stata avanzata nel dibattito parlamentare. Un autentico paradosso perché il costo minimo della vita – quindi lussi a parte – è uguale tanto per il ricco quanto per il povero. E il salario per una «vita decorosa» non può quindi essere arbitrariamente fissato a 7’000 franchi per il medico o l’avvocato, a 4’000 franchi per il muratore o l’elettricista e a 2’000 per la cucitrice di bottoni.

La quadratura del cerchio: compito arduo, quando non impossibile

Assicurare un salario minimo di 4’000 franchi alle cucitrici di bottoni – e alle o ai dipendenti di altri settori a basso profilo – e vedere un sacco di aziende delocalizzare o chiudere?

Far delocalizzare le aziende che producono articoli a costo moderato?

Ammettere la libera circolazione delle persone per far sì che gli stipendi li decida il libero mercato?

Se vogliamo conservare comunque in patria un reddito fiscale più o meno cospicuo, non rimane che l’accesso a questi posti di lavoro ai frontalieri il cui costo della vita in Italia permette loro di accontentarsi, specialmente avendo la disoccupazione quale sola alternativa.

I contratti collettivi: una soluzione abbastanza soddisfacente

Libera circolazione delle persone, allora? Assolutamente no, la priorità alle lavoratrici e ai lavoratori indigeni deve essere tutelata, ci mancherebbe altro. Ma questo può farlo solo la politica mediante i contratti collettivi di lavoro, che stabiliscano il salario minimo per il personale qualificato. E rimettendo in vigore – come peraltro imposto dall’iniziativa «Prima i nostri» accettata dal popolo – l’obbligo di una procedura di ricerca di manodopera indigena prima di rilasciare i permessi di lavoro per i frontalieri. Finché il frontalierato va a coprire degli impieghi di basso profilo e quindi poco remunerati, non dà fastidio a nessuno. Il problema sorge quando la manodopera estera va a rimpiazzare quella altrettanto qualificata indigena, in posti di lavoro a salario medio-alto che il datore di lavoro può permettersi senza influire eccessivamente sul prezzo di vendita del prodotto e quindi non perdendo considerevoli fette di mercato. E i contratti collettivi, essendo concordati con l’imprenditoria, sono uno strumento, non sempre ma il più delle volte, efficace.

Phil O’Soph

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