L’atteggiamento «politicamente corretto» influenzato da interessi miliardari

Quando ero giovane, non esistevano il marchio «Bio», la presunta necessità di proteggere il pianeta, il terrore di un’apocalisse planetaria a causa delle emissioni di CO2 o della mancata differenziazione nella raccolta dei rifiuti o dell’inquinamento atmosferico generato dai motori a scoppio, o di tutto quanto ci imponiamo oggi in una morbosa smania di autoflagellazione. Si era appena usciti dalla seconda guerra mondiale, la gente viveva il boom della ricostruzione, tornava a una spensieratezza e a un gusto alla vita che l’avevano abbandonata durante sei anni di reali paure e incertezze. E si stava di un bene, ma di un bene…
La Svizzera aveva poco più di 4,5 milioni d’abitanti, l’immigrazione era limitata a quanto di stretta necessità per l’economia (in prevalenza nel settore primario).
Purtroppo, tuttavia, con il crescente benessere e il miglioramento della situazione finanziaria, si impose nei genitori il motto «non voglio che i miei figli passino quello che ho passato io», con la conseguente tendenza a viziarli, a cedere a tutti i loro desideri, a togliere loro degli ostacoli contro i quali sarebbe invece stato saggio lasciar loro sbattere la faccia – non fosse che per far loro toccare con mano come nella vita non ci siano solo rose e fiori.
È evidente che non avere problemi essenziali come quello di conciliare il pranzo con la cena, ha lasciato spazio alle classiche «questioni di lana caprina», al necessario è subentrato il superfluo, facendo di quest’ultimo una questione esistenziale. Dall’imprescindibile necessità di vestirsi e di mangiare per sopravvivere, si è passati al come vestirsi e cosa mangiare vivere più piacevolmente. E fin qui non sarebbe grave, se non fosse subentrata la morbosa tendenza di «essere alla moda» che, in un sistema sociale quale quello umano, ha dato la stura a una serie di eccessi e di aberrazioni progressivamente, ma sistematicamente, accettati (o imposti) in nome di una falsa interpretazione del concetto «al passo con i tempi». Una deriva che ha visto via via imporsi il ’68, i gay pride, i movimenti LGBTQ+ (…U,V,Z), l’alimentazione vegana, non dimenticando il parossismo raggiunto dalle teorie ambientaliste ecoterroristiche e dall’ecologismo talebano.

Dai mercati di nicchia ai mercati di massa: la strumentalizzazione dell’economia

Tutti questi movimenti e tendenze hanno creato delle singole nicchie di mercato, inizialmente interessanti solo per limitate iniziative economiche il cui successo era determinato dal fatto di essere poche. In altre parole, offrivano un prodotto a una determinata fascia di consumatori che ne aveva bisogno. Un certo numero di persone voleva (o s’illudeva) di mangiare sano? Ecco un ala del supermercato riservata ai prodotti «Bio». Un altro gruppo aveva la chimerica speranza di salvare il pianeta? Ecco aprirsi un mercato per pannelli solari, pale eoliche, pompe termiche, auto elettriche e quant’altro.
Ma l’appetito viene mangiando e l’economia – sfruttando la tendenza al «pecorismo» innato nell’essere umano – non si fa più influenzare dalle tendenze del mercato, bensì se ne appropria pilotando a piacimento gli orientamenti dei consumatori mediante un’astuta quanto subdola propaganda. Subdola perché, diffondendo quelle che erano tendenze singole o limitate quali veri e propri dogmi «politicamente corretti», riesce a invertire causa ed effetto. Non è più il consumatore a chiedere un determinato prodotto, bensì è l’economia a indurre un sempre maggior «target» ad acquistarlo, ovviamente ottenendo delle cifre d’affari miliardarie.
I prodotti «Bio» non sono più limitati a uno specifico settore del supermercato, bensì stanno ognuno a fianco del corrispondente non «Bio» per cui, pur non essendo un talebano alimentare, spesso la mano ti scappa su quello presunto più sano.
L’auto elettrica era fino a poco tempo fa limitata a pochi fanatici della protezione climatica, e quindi prodotta in quantitativi insignificanti. Oggi sta acquistando sempre maggiori fasce di consumatori, avviandosi verso l’obbligatorietà del suo utilizzo imposta dalla politica. Non occorre essere dei geni per rendersi conto degli immensi interessi finanziari che, con magari inconscia ma non per questo meno colpevole, complicità sosteniamo.
E i pannelli solari? E le turbine eoliche? Chi pensate che ci sia dietro la loro imposizione da parte di una politica che difficilmente si può credere disinteressata, anche se celata dietro la volontà di un pianeta migliore? Produttori che ormai fanno fatica a soddisfare la richiesta e che quindi possono imporre i prezzi che vogliono.
Quindi, ecologismo estremo, lotta al cambiamento climatico, limitazione delle emissioni di CO2 – leggi vendita di termopompe, pannelli solari, pale eoliche, auto elettriche, eccetera – non sono altro che azioni di marketing con cui dei settori dell’economia intraprendono (purtroppo con successo), manipolando i sottomessi al «politicamente corretto» che abboccano come cavedani.
Purtroppo, grazie allo sciagurato «pensiero mainstream», non sono solo quelli che ci credono a pagare, bensì tutta la comunità che si vede caricata in continuazione di fardelli fiscali, di divieti e di imposizioni.
Quousque tandem…?

 

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