(enm) Quando a 75 anni, abbastanza lucido di mente, ti ritrovi a trascorrere un periodo post-ospedalizzazione in una struttura mista – ricovero anziani e convalescenziario fisioterapeutico – ti viene automatico (e hai anche tutto il tempo per farlo) osservare più o meno criticamente la realtà gerontologica locale e fare qualche riflessione.

Innanzitutto, tengo a sottolineare che passare improvvisamente dalla più totale indipendenza all’indispensabile subordinazione ad altri per le più banali necessità (deambulare, espletare i bisogni fisiologici, lavarsi, eccetera) è a dir poco traumatico. Nella struttura convalescenziaria le cose in questo senso cominciano a migliorare rispetto al ricovero in ospedale (nel mio caso un mese fra cure intense e reparto), ma sono ovviamente ben lungi dalla spensierata indipendenza di cui si gode quando si è in salute, nonostante gli acciacchi che l’inesorabile passare del tempo ci riserva.

Sono un giovanotto

Trattandosi prevalentemente di una casa anziani, fai parte della compagnia anche se lo scopo della tua degenza è solo la riabilitazione. C’è poi da dire che quest’ultima è destinata soprattutto a persone che, verosimilmente proprio a causa dell’età avanzata, hanno subito infortuni di vario genere spesso fra le mura di casa. A 75 anni non sei proprio di primo pelo, ciononostante «beati monoculi in terra caecorum», come dicevano i latini – in terra di ciechi, beato chi ha un occhio. E quindi, in mezzo a ultraottantenni e novantenni, mi sento un giovanotto.

Una doverosa premessa

Non vorrei sembrare irriverente con queste mie riflessioni, e ancora meno vorrei dimostrarmi irriconoscente verso chi mi ha curato con solerzia ed efficienza. È perciò doveroso da parte mia un ringraziamento a tutto il personale che in ambedue gli istituti – ospedale e casa di riposo – ho trovato competente, molto disponibile e gentile. Detto questo, passo ad alcune osservazioni che ritengo di un certo interesse.

«Gnagnagna, ghilighili, pissi pissi baobao»

L’impressione che ho avuto, è che il personale sia uso trattare i degenti, specialmente quelli più anziani, come bambini anzi, come bambini scemi. Un po’ come la nonna che fa il solletico al neonato nipotino, accompagnando il gesto con strani suoni onomatopeici «Gnagnagna, ghilighili, pissi pissi baobao», non rendendosi conto che il pensiero del bambino è verosimilmente quel «Ma questa è scema?» che Paolo Villaggio mette in bocca a Mickey, il protagonista dell’esilarante film degli anni ottanta «Senti chi parla».

Naturalmente la metafora è spinta all’estremo e un pochino provocatoria, tuttavia riflette un po’ lo sforzo degli addetti ai lavori di essere gentili fino all’esagerazione con i pazienti loro affidati, di cui una parte è senza dubbio ormai un po’ «fuori di testa» a causa di una forma più o meno pronunciata di demenza senile. Senza arrivare a emettere gli strani suoni di cui sopra, la voce assume quel tono «gnagnagna» che certi adulti si sentono obbligati ad adottare per spiegare al bimbetto un po’ precoce che i figli non li porta la cicogna. Intendiamoci, questa gentilezza verso gli anziani è più che lodevole, mi chiedo solo fino a che punto sia giustificato l’atteggiamento ai miei occhi sdolcinato. Apparentemente lo è, visto che parecchi se non tutti i degenti sembrano apprezzarlo. Come è apprezzato lo sforzo di farli ridere con battute di un umorismo infantile, di organizzare per loro dei passatempi o delle serate particolari. Suppongo si chiami professionalità e quindi «chapeau» a tutti coloro che hanno trovato dentro di sé la necessaria abnegazione per intraprendere una professione nel settore sanitario, non è da tutti.

Un parcheggio in attesa del trapasso?

Nel contempo, non posso però non pensare alla tristezza di questi istituti per tutti coloro che – spesso scaricati dalle famiglie – si trovano parcheggiati in una casa di riposo dalla quale, presto o tardi ma sicuramente, usciranno con i piedi in avanti. Gente che, come surrogato di una vita sociale, scambia quattro chiacchiere con compagni di sventura a pranzo, a cena, a una seduta di fisioterapia o in occasione di qualche sporadica tombola. E allora ben vengano le risate a battute di umorismo puerile, o il tono sdolcinato che illude di essere ancora in famiglia, al «darti del tu» che per un attimo trasforma gli infermieri in amici di vecchia data. E pure il «Gnagnagna, ghilighili, pissi pissi baobao» trovano la loro ragione di esistere.

 

 

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