La notizia che l’ex-presidente degli USA, Barack Obama, sta facendo un viaggio in Europa, apparentemente finanziandolo con i selfie a 2’500 franchi a colpo che i non pochi gonzi in cerca di un ricordo da sventolare sotto gli occhi di amici e conoscenti – ai quali in realtà non frega la classica minchia – sono disposti a sborsare. Per inciso, se se lo possono permettere non ci vedo niente di male, speriamo solo che, per pagare il «grande onore» di posare con l’ex-primo presidente nero degli USA, non siano in mora con i premi della cassa malati o non attingano la non modica cifra dall’indennità d’assistenza.

Ma, al di là della caduta di stile dell’ex uomo più potente del mondo che «vende» la sua immagine come un atleta ospite d’onore di una fiera del fitness, è il Premio Nobel per la pace che gli fu conferito nel 2009 a darmi lo spunto per qualche riflessione su questa onorificenza nata con i più lodevoli fini, ma scaduta negli ultimi decenni a cassa di risonanza per slogan scontati del pensiero «mainstream» in materia di diritti umani.

Leggo nella Treccani: «Pace = Condizione di normalità di rapporti, di assenza di guerre e conflitti, sia all’interno di un popolo, di uno Stato, di gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., sia all’esterno, con altri popoli, altri Stati, altri gruppi».

Ora, sotto la presidenza di Barack Obama, gli Stati uniti sono stati artefici di ben sette fra guerre, bombardamenti arbitrari e interventi armati. Ma, sebbene ciò contrasti gravemente con il concetto di pace, il Nobel gli fu conferito «per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e cooperazione tra i popoli». Boh!

Ma, andando indietro nel tempo, sono parecchi i conferimenti del premio con motivazioni senz’altro meritevoli, ma che con la pace non hanno nulla a che vedere. 1979, Madre Teresa di Calcutta per: «… per la sua vita dedita alle vittime della povertà». Chapeau!, Ma la pace? E lo stesso dicasi per: 1980, Adolfo Pérez Esquivel «Difensore dei diritti umani durante la dittatura argentina», o 1983, Lech Wałęsa «Fondatore di Solidarność e attivista per i diritti umani». La sua azione, in effetti, sebbene verosimilmente giustificata agli occhi del popolo polacco, non fu propriamente pacifica, fu una vera rivoluzione a tratti anche violenta. Nel 1994 poi, i premiati furono tre: Yasser Arafat – Palestina, Shimon Peres e Yitzhak Rabin – Israele «per i loro sforzi per creare la pace in Medio Oriente». Si sforzarono talmente tanto che i loro successori se le stanno dando di santa ragione ancora adesso. Nel 2002, Jimmy Carter: questo presidente USA non ebbe il palmarès bellico di Obama, tuttavia, quando l’unione sovietica invase l’Afghanistan, mandò aiuti militari segreti ai mujaheddin afghani, attraverso i sauditi e i pachistani. Apparentemente, ciò fu considerato pacifismo dal Comitato per il Nobel norvegese, che gli conferì il premio «per l’impegno instancabile decennale per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti internazionali, per far avanzare la democrazia e i diritti umani, e per promuovere lo sviluppo economico e sociale». Nel 2007 – e si raggiunge il colmo della non-pertinenza – a pari merito Al Gore (vicepresidente USA) e Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico «per i loro sforzi per costruire e diffondere una maggiore conoscenza sui cambiamenti climatici causati dall’uomo, e per aver gettato le basi per le misure necessarie per contrastare tali cambiamenti». Negli ultimi anni si sono susseguite poi delle motivazioni che ben più si avvicinano alla lotta per i diritti umani o la salvaguardia delle libertà fondamentali, entrambi obiettivi encomiabili e degni di essere difesi ma che, generalmente, sono piuttosto fonti di «botte da orbi» che non di pace. E posso citarne ancora alcune: «per la loro lotta non violenta per la sicurezza delle donne e per i diritti di partecipazione delle donne in un processo di pace», «per la loro lotta contro la sopraffazione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all’istruzione», «per i loro sforzi per salvaguardare la libertà di espressione».

Io credo che, con il passare del tempo, il concetto di «pace» per il Comitato per il Nobel norvegese sia diventato come quello di «neutralità» per i nostri consiglieri federali che si sono susseguiti al Dipartimento degli affari esteri, ossia elastico e flessibile al punto di contraddire sé stesso. Per Calmy-Rey e Cassis la neutralità può essere «à la carte», rispettivamente «attiva» o «cooperativa» o chissà quale altro termine inventeranno per giustificare la sua abolizione di fatto. Per i responsabili del Nobel, invece, «pace» si estende ai diritti umani, al clima, all’ecologia e chi più ne ha, più ne metta.

A mio avviso, invece, non si tratta di estensioni più o meno arbitrarie di un concetto, bensì di una strumentalizzazione volta a diffondere il pensiero unico, associandolo a un termine gradito a tutti, ecologisti e attivisti climatici o pro-Ucraina, ma anche inquinatori o pro-Putin.

Il Premio Nobel per la pace è perciò diventato obsoleto e fuorviante. Si potrebbe cambiargli il nome: Premio Nobel per … spazio alla fantasia dei lettori. Anche se per me, l’alternativa migliore sarebbe la sua abolizione tout court.

 

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