«Mio nonno camminava con il cammello, mio padre camminava con il cammello, io cammino in Mercedes, mio figlio va in Land Rover, e mio nipote andrà in giro in Land Rover, ma al mio bisnipote gli toccherà tornare a camminare con il cammello… Perché i tempi difficili creano uomini forti, gli uomini forti creano tempi facili. I tempi facili creano uomini deboli, gli uomini deboli creano tempi difficili. Molti non capiranno, ma bisogna crescere guerrieri, non parassiti…»

La paternità della frase attribuita all’emiro di Dubai, sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktum, non è comprovata con certezza, ma questo nulla toglie alla saggezza della stessa. La storia ci insegna che è sempre stato così. Al successo di un paese conquistato con la forza e la determinazione dei suoi abitanti ha sempre fatto seguito un benessere che è andato di pari passo con un progressivo rilassamento dei costumi e con l’inevitabile incapacità di far fronte alle mire di altri popoli e nazioni la cui severità dei costumi non era ancora stata inquinata da quello stesso «progresso». Le virgolette sono doverose se accordiamo a quest’ultimo termine il significato di «avanzamento verso gradi o stadî superiori, con implicito quindi il concetto del perfezionamento, dell’evoluzione, di una trasformazione graduale e continua dal bene al meglio» (Vocabolario online Treccani). Infatti, se nella prima parte del ciclo la trasformazione della nostra vita avviene «dal bene al meglio», è indubbio che con il passare del tempo la nostra vita subisca una fase di stasi in cui progresso e degenerazione si neutralizzano a vicenda, per poi assistere al sempre più netto sopravvento della seconda. E ciò ci mette pericolosamente al rischio di essere fagocitati, rispettivamente di estinguerci sia come entità individuale che comunitaria.

Un esempio su tutti: l’Impero romano d’Occidente

Gli esempi di questo ciclo sarebbero innumerevoli: dall’espansione dell’impero persiano nel 5° secolo a.C. a spese della rammollita civiltà egizia, al susseguirsi di civiltà precolombiane in America o alle conquiste islamiche in Africa e in Spagna a spese dell’impero romano, e via dicendo. Su tutti, è a mio avviso particolarmente emblematico il ciclo dell’antica Roma, dai severi costumi del Regno e della Repubblica, al sempre più debosciato comportamento della popolazione che accompagnò le conquiste dell’impero, indebolendolo e mettendolo alla mercè dei popoli barbari. Naturalmente, anche qui non fu una caduta netta e improvvisa, occorsero secoli perché la dissolutezza dei costumi prendesse il sopravvento sugli indubbi vantaggi del predominio coloniale, fra cui nozioni scientifiche e invenzioni assorbite dalle civiltà asservite. Ma successe inevitabilmente che, quando le allora potenze straniere – che loro chiamavano popoli barbari – decisero di attaccare o invadere dei territori dell’impero, questo non disponeva più di una classe fiera e decisa a difendere i valori dei propri avi, e fu perciò sconfitto. L’Italia si trasformò in un coacervo di Stati e Staterelli indipendenti guidati perlopiù da signorotti barbari, mentre il resto dell’impero rimase, ma solo formalmente, sotto il dominio dell’Impero romano d’Oriente, che lo perse pezzo dopo pezzo fino alla sua caduta definitiva con la conquista di Costantinopoli da parte dell’Impero ottomano nel 1453.

Una costante: il potere delle armi

Un fattore ha sempre accompagnato la storia dei popoli, rispettivamente il loro predominio sugli altri: il potere delle armi. L’espansionismo di Roma, ma anche i vari periodi di relativa pace che vi fecero seguito, sono tutti caratterizzati da un elemento comune: sono stati imposti a suon di legnate. Carlomagno e il suo Sacro Romano Impero, il colonialismo – britannico, francese, belga, olandese, spagnolo o tedesco che fosse –, la storia delle nazioni d’Europa, sono tutti contrassegnati dalla violenza e dalle armi. Storie di successo, come Carlomagno o il colonialismo, oppure di sconfitta – seppure preceduta magari da un breve periodo di apparente riuscita – come fu il caso di Napoleone e di Hitler, ma sempre storie di violenza.

La differenza fra l’antichità e oggi? Soprattutto la velocità del tempo

Fino al secolo scorso, questa evoluzione – positiva e negativa – aveva necessitato secoli e, aiutata da qualche pestilenza, catastrofe naturale e dal perenne stato di guerra che riducevano drasticamente la popolazione e quindi la necessità di produrre rapidamente sufficienti prodotti di prima necessità, si era dimostrata relativamente sopportabile. Pensiamo solo che fra l’invenzione della ruota, attorno al 4’000 a.C. e quella della stampa a caratteri mobili di Gutenberg nel 1455 sono passati quasi 55 secoli. Naturalmente, in questo periodo sono state inventate tante altre cose, ma non di vitale importanza quali quelle che hanno caratterizzato la prima (settore tessile-metallurgico con l’introduzione della spoletta volante e della macchina a vapore nella seconda metà del ‘700) e la seconda rivoluzione industriale (dal 1870 con l’introduzione dell’elettricità, della scienza chimica e del petrolio). Negli ultimi 50 anni poi, l’introduzione di nuove invenzioni e di loro continui miglioramenti volti a renderci più comoda (e indolente) la vita, è proseguita a un ritmo parossistico. Se penso al primo telefono fisso che durò a casa mia invariato per oltre 50 anni e alla ventina di apparecchi portatili che ho invece posseduto negli ultimi trent’anni, dal mitico «Natel C» all’odierno i-Phone che mi permette di accedere a Internet, di video-chiamare e di fare foto (a quando il caffè e la doccia?), non posso che preoccuparmi. Soprattutto, perché all’evoluzione tecnologica si accompagna l’indolenza e il rilassamento dei costumi che non impiegano più secoli a manifestarsi. E una mondializzazione che da un lato ci preserva (fino a quando?) da guerre mondiali con decine di milioni di morti (evidentemente non da quelle regionali con meno vittime) ma, dall’altro, assieme alla collaborazione internazionale nella ricerca per la prevenzione di pestilenze, fame nel mondo e catastrofi naturali, contribuisce a portare il pianeta verso la sovrappopolazione. Con spinte migratorie sempre più forti che ormai sembrano al di là di ogni controllo. Sfruttate purtroppo da Stati, enti o movimenti con tendenze espansionistiche o imperialiste, astutamente camuffate con l’etichetta dell’asilo politico. Dei nuovi barbari all’assalto di una nuova Roma!

Phil O’Soph

 

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