La storia è per forza di cose legata al passato, mentre la politica la si fa al presente, spesso per il futuro. Tuttavia, ciò non costituirebbe un problema, se coloro che agiscono al presente e mirando al futuro, non considerassero la storia esclusivamente come una materia di studio, magari interessante o addirittura appassionante, ma inerente a situazioni e a circostanze di un particolare momento ormai passato e che non si ripeterà più. E si sbagliano di grosso, perché la storia si ripete, sempre e inesorabilmente. Non importa se secoli fa la gente si uccideva con spada e lancia, mentre oggi lo fa con le armi da fuoco: la tecnologia può cambiare, ma la gente continua ad ammazzarsi.

Eppure, le affermazioni che si sentono oggi a proposito della guerra – soprattutto dette da coloro che non l’hanno mai vissuta – vanno nel senso che i conflitti moderni non si combattono più come una volta, che la difesa nazionale “moderna” la si fa con interventi all’estero e tramite collaborazioni, quando non con alleanze, con i paesi vicini. E allora, qualcuno mi sa dire perché, quando si arriva al dunque, falliti i tentativi di prevenzione, la guerra la si combatte di nuovo sul proprio terreno con il tradizionale scontro uomo contro uomo, esercito contro esercito? Non solo, ma che quando un popolo combatte per la sopravvivenza del suo paese e nel suo paese, spesso e volentieri riesce a sconfiggere nemici molto più potenti?

È la storia della Svizzera che, dalla sua fondazione, ha spesso battuto degli eserciti perfettamente organizzati contrastandoli – qualche volta con sassi e armi di fortuna – ma sempre armati soprattutto dell’amor patrio e dell’orgoglio nazionale. E se non vogliamo ricordare la vecchia Elvezia, cosa mi si dice degli Americani in Corea? E qualche anno dopo in Vietnam? E poi in Afghanistan? In tutti questi casi, relativamente pochi straccioni male armati danno scacco alla più grande potenza mondiale che, passando da un conflitto all’altro ha dimostrato di non aver imparato nulla dalla storia. Da un lato è anche una fortuna, altrimenti avrebbe usato di nuovo l’arma nucleare che in Giappone aveva tanto efficacemente decretato la fine della seconda guerra mondiale. Con la reazione dell’allora URSS, e conseguenze inimmaginabili.

La guerra sul nostro territorio – si dice – non è più immaginabile. Ma perché? Se prescindiamo dall’uso della bomba atomica – che nessuno sembra voler più utilizzare, ma che comunque ci sterminerebbe esercito o non esercito – lo scopo di un ipotetico conflitto contro la Svizzera non vedo come possa essere altro che l’occupazione, e quindi l’impegno da parte del nemico, un momento o l’altro, in una guerra di conquista sul territorio. O si pensa forse che si possa occupare uno Stato a distanza tramite Internet?

Ed è questo il mandato dell’esercito svizzero: difendere palmo a palmo il territorio nazionale se e quando verrà attaccato, sperando che ciò non avvenga mai. È vero che l’articolo 58, cpv 2 della Costituzione pone prima il compito di “prevenire la guerra e contribuire a preservare la pace”, ma personalmente ritengo che il prosieguo della frase “difende il Paese e ne protegge la popolazione” sia più importante, ancorché una cosa non escluda necessariamente l’altra. Perché piuttosto che avere dei soldati svizzeri che muoiono all’estero per “preservare la pace”, preferisco averli in Svizzera quando saranno chiamati a “difendere il Paese e proteggere la popolazione”. Specialmente se la pace che si vuole preservare non ci tocca direttamente, bensì è fra Stati in un conflitto circoscritto, spesso per motivi etnici o religiosi, nel quale un nostro coinvolgimento che vada oltre l’offerta dei buoni servizi sarebbe in palese violazione della nostra neutralità.

L’unica motivazione possibile per un esercito di sola difesa come il nostro – quindi senza mire aggressive – è la difesa del proprio paese. Per questo non può essere un’armata di professionisti mercenari per i quali fare il soldato è un mestiere come un altro, un’alternativa alla professione di muratore, di medico o di postino. In caso di bisogno occorre essere pronti anche a morire per difendere la propria famiglia, la propria casa, in altre parole il proprio paese. E una tale motivazione non la si trova nell’uniforme, se dentro questa c’è solo un professionista pronto a mollare se lo stipendio è in ritardo o se l’equipaggiamento non è di suo gradimento o se l’addestramento non è sufficientemente. Nella divisa militare deve esserci innanzitutto un cittadino deciso a difendere a oltranza i valori in cui crede. Questo è l’esercito di milizia che è un grave errore voler smantellare pretendendolo obsoleto e non più all’altezza della guerra moderna. Altro che ridurre gli effettivi! Bisogna aumentarli coinvolgendo tutti i cittadini, anche se l’attuale scenario internazionale può farci adagiare nella falsa sicurezza che una guerra tradizionale non ci toccherà mai più. È vero che il periodo di pace – intesa come assenza di conflitti mondiali o coinvolgenti diversi Stati europei – dal 1945 a oggi è più lungo della media, ma il pericolo è sempre dietro l’angolo. Ucraina docet.

E sarebbe un errore abbassare la guardia. Teniamoci perciò il nostro esercito di milizia, e diamogli i soldi per un armamento e un addestramento efficaci. È un’assicurazione sui cui premi non ci si può permettere di risparmiare troppo.

Eros N. Mellini

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