Mai come in questi tempi – e per la precisione, quelli iniziati nel ’68 – il naturale istinto giovanile alla ribellione a tutto ciò che ci viene imposto dalle regole fin lì accettate quali indiscutibili fondamenti della pacifica e civile convivenza, ha avuto campo libero nella società. Un campo libero al punto di istituzionalizzare questa ribellione in movimenti, partiti e associazioni riconosciuti – quando non addirittura finanziati – dall’ente pubblico del quale sono ormai entrati a far parte a pieno titolo. La civile tolleranza che il sistema democratico prevede nei confronti delle minoranze, si è vieppiù trasformata in uno sconsiderato riconoscimento di tutte le più assurde rivendicazioni, rendendo suo malgrado parte del sistema la fetta (per il momento) ancora maggioritaria della popolazione amante dell’ordine e del quieto vivere civile. Mi si dirà che tutti i grandi sconvolgimenti che hanno caratterizzato la nostra storia (caduta di diverse civiltà, dell’impero romano, della monarchia a opera della rivoluzione francese e russa, eccetera) hanno avuto analoghi inizi. Forse, ma con dei distinguo a mio avviso di non poco conto

Un contesto diverso

Innanzitutto, un contesto totalmente diverso. C’era a quei tempi una civiltà che riconosceva più che legittimo il ricorso alla forza per imporre le proprie ragioni, perlomeno nella misura in cui si riusciva a farlo. Al contrario, oggi si considera inaccettabile e condannabile qualsiasi tentativo di prevaricazione nei confronti del singolo individuo, non importa se questo predica e applichi dei princìpi del tutto contrari alle regole del vivere civile, quantomeno a quelle che abbiamo finora ritenute tali. E quindi, mentre un tempo era del tutto legittimamente applicata una dura repressione, oggi si stanno sempre più cambiando le leggi in vigore per inserire nella normalità quotidiana quelle che allora erano considerate delle aberrazioni mentali.

Un altro punto di non poca importanza è il fatto che le insurrezioni del passato avevano origine dal malessere generalizzato causato dalla povertà e dalla fame della maggior parte della popolazione, la quale non trovava quindi altro che ricorrere alla violenza contro l’élite che l’affliggeva. Oggi, invece, nell’era del benessere e della relativa spensieratezza in cui vive il mondo occidentale, c’è spazio per rendere importante ogni tema di lana caprina, per ribellarsi a tutto e a tutti, per pretendere di cambiare il mondo a proprio piacimento stravolgendo usi, costumi e tradizioni.

Tradizioni: pregi e difetti

Certo, le tradizioni hanno i loro pregi (tanti) e i loro difetti (tutto sommato, pochi). Fra i pregi, il più importante a mio avviso è quello di dare un’identità agli individui che compongono la società, e quindi delle certezze – giuste o fasulle, poco importa – che contribuiscono alla stabilità del sistema. Sotto sotto, nutro anch’io qualche dubbio, o addirittura nego che Guglielmo Tell sia mai esistito e abbia compiuto le gesta che la leggenda gli attribuisce – compresa l’assurda vicenda del saluto al cappello e della mela. Ma quando nelle celebrazioni del 1° agosto ascolto e/o canto il Salmo svizzero, mi sento felice e orgoglioso di appartenere al popolo svizzero, seppure ormai inquinato dalle naturalizzazioni selvagge. L’esercito di milizia svizzero ormai obsoleto e da sempre inutile? Non è assolutamente vero. Confesso di avere personalmente prestato servizio militare mal volentieri. Ma altrettanto devo sottolineare quanto – al di là di una reale efficacia in caso di guerra oppure no – quest’altra tradizione fortemente radicata nella popolazione, costituisca uno dei più forti legami fra i cittadini di questo fortunato paese. Mettete a un tavolo uno Svizzero tedesco, un Romando e un Ticinese: dopo un quarto d’ora parleranno di servizio militare, un periodo comune a tutti, e i cui ricordi vengono esternati con piacere e simpatia. L’effetto di coesione del servizio militare è dunque superiore a qualsiasi velleità bellica del nostro esercito, il quale si rivela così una tradizione proficua da difendere con i denti.

I difetti? È sbagliato che le tradizioni ti facciano sentire migliore degli altri? Può darsi, ma la cosa mi piace e, tutto sommato, non fanno che confermare un’intima convinzione che il «politicamente corretto» mi impedisce un po’ ipocritamente di esternare.

La sciagura della mondializzazione

Diciamolo pure apertamente: la sciagura per le tradizioni è sempre stata – a parte forse per ciò che riguarda la rivoluzione francese – l’incontrollata invasione di altre popolazioni, che porta con sé, ovviamente, altri usi e costumi. È successo con la fagocitazione di civiltà antiche da parte di altre che le conquistarono imponendo o no il proprio modus vivendi, ma comunque indebolendo sostanzialmente le loro tradizioni. L’impero romano d’Occidente ne è l’esempio più eclatante del passato. Concedendo sempre più spazio alle rivendicazioni di popoli stranieri (barbari) finì per esserne succube, finalmente estinguendosi.

Oggi, il fenomeno si chiama mondializzazione. È difficile mantenere le proprie tradizioni in un paese nel quale se ne aggiungono vieppiù altre totalmente diverse. Specialmente in un confronto internazionale nel quale non esiste alcuno spirito di reciprocità. Nei paesi musulmani l’hanno capito perfettamente e, mentre le loro moschee e i loro minareti vengono sconsideratamente accettati nei paesi occidentali di radice cristiana, altrettanta fortuna non godono le nostre chiese alle loro latitudini.

Perciò, aggrappiamoci alle nostre tradizioni!

C’è quindi una sola alternativa all’estinzione nel tempo della nostra identità svizzera: aggrapparsi alle nostre tradizioni e difenderle anche a costo di urtare la suscettibilità di qualche ipocrita «politicamente corretto» della scena mondialista, sia esso estero come Amnesty International, ONU o qualche sprovveduto ambasciatore – che gode di un’ingiustificata impunità grazie alla condiscendenza di un nostro altrettanto sprovveduto ministro degli esteri – oppure qualche quinta colonna in casa nostra, come la folta schiera di Euroturbo o il Gruppo per una Svizzera senza esercito o, in generale, come tutta la sinistra.

La salvaguardia delle nostre tradizioni merita anche qualche schiaffo a un’errata interpretazione «politicamente corretta» del termine «democrazia».

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