Le mie idee

Sono tante. Soprattutto sorgono dal fatto che, nella maggior parte dei casi, sessantatré anni costituiscono un’età nella quale si è in grado di fare un paragone con il passato, senza pertanto aver ancora raggiunto il rimbambimento totale che trasforma il tuo dire in patetici vaneggiamenti. Molti giovani li interpreteranno comunque così, ma loro non hanno il confronto con il passato. L’appoggio che otterrò, se mi va bene, è quindi quello di chi ha vissuto abbastanza da potersi riferire senza retorica ai „bei tempi“ e, se del caso, quello di qualche giovane che mi crede sulla parola. Anche se occorre riconoscere che l’accelerazione che gli eventi hanno preso negli ultimi decenni fa sì che i periodi di raffronto si facciano sempre più brevi, e quindi anche parecchi giovani, per fortuna, si stanno rendendo conto che il mondo, e in particolare il nostro Paese, non stanno affatto migliorando anzi, corrono sempre di più verso il baratro. Se si vuole andare avanti, occorre fare qualche passo indietro.

1. Ritrovare l’orgoglio nazionale

La Svizzera è la mia Patria e, pur riconoscendo che il fatto di esserci nato è casuale e di nessun merito da parte mia, sono fiero di appartenerle. Per quanto ancora non lo so, dipende da come e quanto riusciremo a mantenerne le peculiarità che fino a qualche tempo fa la facevano considerare con una certa invidia il „Sonderfall“, il caso eccezionale. Per mantenersi a questo livello, in passato ci si dava da fare tutti o quasi, i valori quali la Patria, la famiglia, la libertà, l’indipendenza e i doveri quali il lavoro, il servizio militare, erano insiti nel più profondo dell’animo dei cittadini. Magari il servizio militare si tentava personalmente di schivarlo, ma nessuno salvo l’estrema sinistra ne contestava il principio, e tutti ne riconoscevano l’utilità sociale – sia per le pari opportunità nell’esercito dei vari ceti sociali, sia per l’effetto di coesione nazionale. Non c’è incontro conviviale in cui degli Svizzeri provenienti da tutte le parti del Paese non trovino un tema comune di discussione nelle esperienze militari.
Oggi si tende al livellamento verso il basso, è molto più comodo che non darsi da fare per mantenere e migliorare la qualità. „Non essere diversi dagli altri“ è la massima aspirazione di una classe politica che ci sta spingendo nel marasma europeo. Noi vogliamo invece essere MIGLIORI degli altri e per questo obiettivo stiamo lavorando.

2. Porre un freno all’invasione

Quando si supera il 20% di stranieri non si può più parlare d’immigrazione, invasione è la parola giusta. La Svizzera non è un paese di grande immigrazione, a meno che si voglia considerare tale uno Stato il cui territorio nazionale è poco più grande di un francobollo. Tutti i valori che rendevano – e in parte ancora rendono, seppure sempre meno – la Svizzera il migliore paese al mondo sono oggi diluiti in un crogiolo di razze, usi e costumi a noi alieni, all’insegna di una non meglio definita società multiculturale. Non solo, ma con il ritmo di naturalizzazioni attualmente in vigore, un giorno o l’altro le nostre regole e i nostri valori verranno messi in minoranza da chi di autenticamente svizzero avrà solo il passaporto, non l’anima.

3. Porre un freno all’islamizzazione della Svizzera

Il tema viene banalizzato. Ma no, ma cosa dici, i musulmani in Ticino sono brava gente, eccetera, ecco quale è la prima reazione della gente quando si solleva il problema. Ma è un fatto che, mentre la cristianizzazione dell’oriente è un progetto affossato da ormai qualche secolo, l’islamizzazione dell’occidente è in atto ora e i maomettani che sempre di più arrivano in Europa, ci si stabiliscono e prolificano molto di più degli autoctoni, sono gli attori non sempre consapevoli di questo disegno.
Prendiamo solo alcune cifre che dimostrano l’evoluzione esponenziale della comunità islamica nel nostro Paese. In Svizzera, dal 1990 al 2000, è passata da 152’200 a 310’807 unità, ossia è più che raddoppiata. Attualmente è di circa 470’000, il che significa che, seppure abbia perso un po’ di velocità – verosimilmente a seguito del processo di normalizzazione in atto nei paesi musulmani dei Balcani – è pur sempre in sensibile crescita. Se pensiamo al Ticino, la crescita è impressionante: 269 nel 1970, 782 nel 1980, 2’532 nel 1990, 5’747 nel 2000. In trent’anni un aumento del 2036 %, la cosa è decisamente preoccupante. E noi tranquillamente li naturalizziamo per cui, in un futuro non poi così lontano assisteremo alla nascita di un Partito islamico Svizzero che, con il ritmo delle nascite in questa comunità, otterrà presto o tardi la maggioranza. E allora ci sottometteremo tutti alla Shari’a.
Per combattere tutto questo, sono l’unico (finora) rappresentante del Ticino – e responsabile per il nostro Cantone – nel Comitato di Egerkingen, che ha portato in porto con successo, malgrado mille difficoltà, l’iniziativa popolare, rispettivamente la votazione che il 29 novembre 2009 ha sancito l’ancoraggio nella Costituzione del divieto di costruzione di minareti in Svizzera.
Il Comitato di Egerkingen ha deciso di continuare la sua lotta contro l’Islamizzazione della Svizzera, innanzitutto vegliando a che la decisione popolare sia messa in vigore al più presto.

4. Fermare il degrado dei costumi

Sinceramente, non avrei mai pensato da giovane che un giorno avrei potuto essere definito conservatore. Questo termine era ai miei occhi spregiativo, da usare solo per gli „uregiatt“. Anche perché a quei tempi il Partito conservatore – oggi Partito popolare democratico – aveva effettivamente delle posizioni oscurantistiche di netta opposizione a qualsiasi cambiamento. Ma oggi vedo tutto andare a catafascio con la scusa che si deve marciare con i tempi, con le circostanze che cambiano, senza rendersi conto che tempi e circostanze cambiano nella misura in cui noi permettiamo loro di cambiare. Un conto è il progresso tecnologico che modifica ogni minuto il modo di operare, un altro è il degrado dei comportamenti che invece non trova alcuna giustificazione.
Dobbiamo ristabilire delle regole severe per l’educazione dei giovani, sostenendo innanzitutto la famiglia tradizionale: un padre, una madre e dei figli sotto lo stesso tetto, possibilmente uno dei partners in casa a curarli. Bisogna ridare l’autorità ai docenti nelle scuole, e quest’ultime devono ritrovare il rigore e la severità d’un tempo. Per essere promossi bisogna dimostrare un determinato rendimento. Basta con le promozioni malgrado diverse insufficienze, basta voler far proseguire gli studi a chi non possiede i giusti numeri, non l’ha prescritto il medico che tutti devono laurearsi, abbiamo bisogno anche di non meno rispettabili artigiani!

5. La criminalità la si combatte con il rigore

Non è che in Svizzera manchino le leggi, manca la volontà di applicarle. Abusando del concetto dei „diritti dell’uomo“, al criminale sono accordati più diritti che alle vittime. La carta dei diritti dell’uomo è nata per difendere i poveracci – anche loro vittime – che subivano angherie, violenze ingiustificate, non i criminali che queste violenze le commettono. Un esempio: un assasino toglie a un tale il diritto di vivere, ossia l’ammazza. Ma se lo si mette in una galera che non sia paragonabile al 100% con un albergo di almeno tre stelle, si ledono i suoi diritti. Il fatto che lui abbia d’un colpo cancellato tutti i diritti della vittima non conta, deve essere trattato con i guanti. Uno spaccia droga a piccole dosi e viene beccato più volte alla settimana dalla polizia, ma non lo si può sbattere in una cella e dimenticarsi dove si è messa la chiave. Si prende atto dei suoi dati anagrafici, spesso fasulli, e lo si rilascia pronto per la prossima retata. Non si possono ledere i suoi diritti, ci mancherebbe. E il fatto che il diritto alla salute delle sue vittime non sia tutelato non importa. A tutto questo occorre dare un taglio. Leggi più severe, se necessario ma, soprattutto, una rigorosa applicazione di quelle vigenti.

6. Rispetto per i diritti popolari

La democrazia diretta permette al popolo di agire direttamente sulla gestione della cosa pubblica, ma ciò a condizione che vengano rispettate le sue decisioni. Attualmente abbiamo un paio di casi concreti sui quali dobbiamo stare attenti. L’iniziativa federale dell’UDC per l’espulsione dei criminali stranieri, che Berna fa di tutto per annacquare mentre il testo approvato dal popolo è molto chiaro. E l’applicazione del voto sul divieto dell’edificazione di minareti, che si fa di tutto per non mettere in atto appellandosi – more solito – agli organismi internazionali.

7. L’onestà nella politica

A mio avviso ci sono due ragioni per fare politica. Una è quella dell’interesse personale, di fare soldi o ottenere prebende e favori. L’altra – ed è la mia – è l’ideale, la voglia di dare il proprio contributo ad una buona gestione e al benessere del Paese. Purtroppo spesso, pur avendo iniziato onestamente dietro la spinta dell’ideale, quando s’accorge dei malandazzi e dei giochi di potere che imperano nelle stanze dei bottoni, uno si dice: „Ma sono proprio io il solo cretino che non approfitta dell’occasione ?“. Ed entra nel perverso ingranaggio.  In effetti, non è il solo, ma con il tempo si arriva a sospettare di tutti. Ovviamente ciò è possibile solo nei partiti oltre una certa dimensione. Non è il caso dell’UDC Ticino al momento, è troppo piccola e spero vivamente che ciò non succederà nemmeno quando il partito sarà cresciuto abbastanza d’averne la possibilità. Per intanto comunque è l’unico partito in grado di portare in parlamento una ventata nuova di TRASPARENZA che, automaticamente si ripercuoterà anche sull’Esecutivo.
“La politica è una cosa sporca” – dice la gente. Purtroppo, questo concetto è molto radicato nella popolazione, e casi come Asfaltopoli, l’inceneritore, progettazioni i cui prezzi esplodono improvvisamente (vedi variante ’95) non fanno che gettare benzina sul fuoco. Occorre un deciso cambio di rotta. Togliere gli interessi personali dalla politica è un compito decisamente difficile, ma se si riesce ad ottenere per legge che vengano rese pubbliche tutte le informazioni che concernono certi appalti e mandati, senza dubbio ciò costituirà un’iniezione non indifferente di ritegno nella nostra classe politica. E l’osservanza di questo punto mi sento di poterla promettere e mantenere.
Ovviamente mi impegnerò con forza e buona volontà su tutti gli oggetti della gestione statale, portando in Parlamento anche tutte le suggestioni che gli elettori vorranno comunicarmi, ma queste sono tutte questioni il cui esito, purtroppo, non dipende dal singolo deputato bensì dalla maggioranza che si forma di volta in volta.
In altre parole, non prometto ai miei elettori la soluzione del problema del traffico nel Malcantone, il raddoppio del tunnel autostradale del San Gottardo o lo stop alle naturalizzazioni selvagge, sarebbe scorretto. Posso però promettere in tutta onestà che – se eletto – su ognuno di questi oggetti e sui molti altri che arriveranno in Parlamento mi impegnerò con uguale vigore, nel rispetto dei princìpi di trasparenza esposti sopra.

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