Quando la forma conta più della sostanza

La famiglia, il lavoro, la «res publica» nel senso di un contributo alla comunità e alla sua gestione, ma anche un impiego piacevole e proficuo del tempo libero con hobbies, sport e cultura, tutte queste e altre sono cose importanti della vita. Ma come arrivarci? Che priorità dar loro? Percorrere una propria via o seguire più comodamente il gregge? Le due cose non sono inconciliabili: è opportuno seguire il gregge nei limiti delle regole base di una pacifica convivenza, ma anche tracciarsi la propria via oltre queste regole base. A seconda del nostro carattere, dell’educazione ricevuta e dell’ambiente in cui si vive, diversi sono gli attributi che ci accompagnano in questa scelta.

L’età, l’esperienza, una certa dose di cinismo, imperturbabilità quale regola di vita, l’ambizione a ottenere il massimo con il minimo sforzo, un sostanziale menefreghismo nei confronti della forma, schiettezza vs. politicamente corretto, sono i fattori che mi portano a riflettere su cosa sia veramente importante nella vita. Nella mia vita, perlomeno, non ho la pretesa di assurgere a dogmatico esempio, ci mancherebbe altro.

L’età e l’esperienza

Le due cose vanno assieme, più si è in là con gli anni e tanto più si sono accumulate esperienze. L’esperienza non è tuttavia automaticamente sinonimo di saggezza. Quest’ultima la si ottiene solo imparando e traendo profitto dalla prima. Ma se sei stupido e non trai insegnamento dall’esperienza, con il passare degli anni non diventerai saggio, ma solo uno stupido più vecchio. Nella mia vita ho imparato parecchio dalle varie esperienze, ma ho anche ripetuto qualche errore – specialmente quando obnubilato dai sentimenti, in parole povere, quando sotto gli effetti dell’innamoramento – perciò mi considero moderatamente saggio. Meno di alcuni altri, ma pur sempre un po’  sopra la media delle masse, scusate l’immodestia.

Il cinismo, un compagno prezioso, ancorché antipatico ai più

Dal vocabolario Treccani: «impudente ostentazione di disprezzo verso […] le convenienze e le leggi morali e verso tutto ciò che è nobile e ideale.».

A prima vista, può sembrare un atteggiamento deprecabile, ma lo è davvero? Io credo che, fintanto che rimane in una innocua  «ostentazione di disprezzo» senza sfociare in atti contrari a «convenienze e leggi morali» che possano concretamente danneggiare il prossimo, il cinismo sia un prezioso compagno di viaggio che rende più schietti e meno indotti a ingerire negli affari degli altri. Specialmente in un epoca nella quale il catalogo delle «convenienze e le leggi morali» si è esteso al punto di considerare «nobili e ideali» anche quelle che solo qualche decennio fa erano considerate delle aberrazioni da condannare.

L’imperturbabilità quale regola di vita

Ancora più del cinismo, l’imperturbabilità quale regola di vita, contribuisce a farci i cavoli nostri, a meno che la cosa non ci sia specificamente richiesta. E, soprattutto, ci salva dalle reazioni prettamente emotive, specialmente nei confronti di accadimenti che esulano dalla nostra volontà e contro i quali le nostre azioni di massa non sono che un’esagitazione impotente quanto assurda. Purtroppo, giudicando dai mostruosi effetti del lavaggio del cervello in atto a livello planetario (surriscaldamento climatico, Covid, talebanismo ecologico, guerra in Ucraina, eccetera), l’imperturbabilità è un dono riservato a pochi.

Il massimo con il minimo sforzo

Si traduce sostanzialmente in una ragionevole e moderata pigrizia, e fin lì sarebbe un’ottima massima, addirittura un incentivo alla base di quasi tutti i progressi tecnologici. Se non che decenni di socialismo, sindacalismo e – di conseguenza – assistenzialismo, non avessero fatto sì che al «massimo con il minimo sforzo» subentrasse il «massimo, ma anche solo medio, senza alcuno sforzo». E da qui, gran parte del sovraffollamento degli enti assistenziali – vedi assicurazione disoccupazione, invalidità e quant’altro.

Dalla sostanza alla forma – schiettezza vs. politicamente corretto

Il costante martellamento dei media, delle organizzazioni internazionali, ONU, OMS e svariate ONG e ONLUS (Organizzazioni non lucrative di utilità sociale – permettetemi una risata su ambedue gli attributi), ha fatto emergere (e privilegiare) delle minoranze che, probabilmente, senza i pretesti forniti loro da questo lavaggio del cervello, nemmeno si accorgerebbero di essere delle minoranze. Parlo, ovviamente, del mondo occidentale dove, avendo in gran parte ottenuto la parità di  diritti, questi enti devono trovare altri scopi per sopravvivere e dare da mangiare (abbondantemente) ai parassiti che li dirigono. E allora, in mancanza di sostanza, ci si attacca alla forma. Un campo vastissimo è offerto loro dal linguaggio che, più che edulcorato, deve essere stravolto per non urtare una presunta sensibilità del Pinco o del Pallino di turno – nella fattispecie LGBTQA+…UVZ, razze, etnie, religioni, disabilità, e chi più ne ha più ne metta, ogni giorno se ne inventano di nuove.

Guai dire «negri», bisogna dire «afroamericani», come se ciò cambiasse il colore della pelle e i pregiudizi  – laddove radicati – sparissero grazie al termine politicamente corretto. Di transenna, con l’aumento incontrollato dell’immigrazione dal continente nero (si può ancora dire «nero» parlando di un continente?), presto dovremo parlare anche di «Afroeuropei». O di «Afroasiatici» nell’Estremo Oriente. Almeno «negro» o «nero» andava bene per tutti.

Non «disabile» ma «diversamente abile» come se ciò facesse miracolosamente sparire la sedia a rotelle, le stampelle e le barriere architettoniche.

Personalmente, come maschio eterosessuale, temo che un giorno – ridotti a minoranza – proteggeranno anche la nostra sensibilità chiamandoci «lesbici» o «diversamente culattoni».

Scherzi a parte, siamo sicuri che alle maggioranze delle minoranze – mi si scusi il bisticcio di parole – freghi qualcosa del lato puramente semantico delle parole che le definiscono? Io credo di no, salvo pochi che hanno il buon tempo (operatori di ONG, sindacalisti e politici in cerca di consensi elettorali), le persone direttamente toccate non si sono mai sognate di cogliere il benché minimo disprezzo nell’essere chiamati «neri» o «disabili», se non accompagnati da un corredo di aggettivi volutamente spregiativi.

La buona educazione – salutare, essere gentili e disponibili, aiutare nei limiti delle proprie possibilità –  è una regola basilare della convivenza pacifica. Il sacrificio della schiettezza sull’altare del politicamente corretto, invece, è indice non solo di ipocrisia, ma anche di grande stupidità.

 

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