Una delle aberrazioni fra quelle più di moda oggi è la cultura di genere, rivendicata in particolare dalla comunità LGBTQIA+ – che, per rivendicare l’integrazione nella società, ritiene opportuno distinguersi e gridare al mondo la propria diversità (evviva la coerenza!) – cui a scadenze regolari si aggiunge un’altra lettera dell’alfabeto. Verosimilmente, si aspira a una società unitaria che vada dalla A alla Z, ma temo, o meglio spero, che ci vorrà ancora del tempo.

Intendiamoci: che un individuo si senta estraneo al proprio sesso biologico e cerchi con più o meno successo di approfittare delle odierne conoscenze scientifiche – il mio carattere rigorosamente conservatore in materia di famiglia mi impedisce di chiamarle «progresso» – mi lascia del tutto indifferente. Come non m’importa che uno sia gay, perlomeno fintanto che non mi chieda di condividere attivamente le sue tendenze sessuali. Quello che mi dà fastidio è invece la tendenza ormai consolidata negli ultimi decenni, di far entrare come realtà a pieno titolo nella nostra società quelle che fino a un recente passato erano considerate come pratiche innaturali e riprovevoli. Si è passati dal pubblico ludibrio – sbagliato misura in cui l’oggetto si faceva i fatti suoi nell’ambito della sua sfera privata – all’ostentazione dell’omosessualità quasi fosse un titolo di merito, un atout da sventolare con orgoglio al mondo. Non a caso si parla di «gay pride» (orgoglio omosessuale) e sulle magliette si scrivono slogan come «gay is beautiful» (omosessuale è bellissimo).

Dalle concessioni agli/alle omosessuali alle rivendicazioni di LGBTQIA+ il passo è breve

Dai primi riconoscimenti ufficiali dell’omosessualità quale realtà a pieno titolo della società – come, ad esempio, l’unione domestica registrata – e alla susseguente condanna di atteggiamenti miranti alla sua emarginazione, le rivendicazioni fatte in nome del «progressismo» si sono moltiplicate in una reazione a catena, seguite da concessioni tacite da parte di una popolazione in generale indifferente, ma anche ufficiali da parte di una politica guidata da ambizioni elettorali piuttosto che dal buonsenso. Così, dall’originale LGB (acronimo di Lesbiche, Gay e Bisessuali) si è dapprima aggiunta la T di transessuale, la Q di queer (che non vuole pronunciarsi sulla sua appartenenza sessuale) e poi la I di intersessuali (qualunque cosa questo significhi). Ultimamente si è accodata la A di asessuale e un + per includere genericamente qualsiasi nuova categoria.

Una pericolosa deriva

La colpevole accettazione di queste pretese miranti a una «nuova normalità» in contrapposizione a un presunto «bieco oscurantismo» ha permesso una deriva morale e culturale che mette in pericolo i tradizionali concetti di famiglia, scuola ed educazione. Non solo, ma svia il dibattito politico da temi ben più importanti delle assurde rivendicazioni di quelli che, prima del ’68 e della sua rivoluzione dei costumi, sarebbero stati considerati quattro squinternati indegni d’attenzione. Infatti, termini come LGBTQIA+, «gender», asterisco di genere, eccetera, entrano vieppiù nel dibattito parlamentare e, quel che è peggio, hanno assunto una dignità politica presa con la massima serietà.

La cultura «gender» nella scuola

Come se le nostre scuole – perlopiù a conduzione rossoverde – non avessero abbastanza tare, la cultura «gender» vi sta facendo capolino, quando non vi sia già entrata più o meno ufficialmente. Pseudo educazione sessuale in tenera età, libri di testo studiati per dirigere prematuramente l’atteggiamento dei bambini sulla tolleranza se non addirittura la simpatia per comportamenti sessuali di cui altrimenti, non fosse che per l’età, non avrebbero sentore, istigazione a ribellarsi a un sesso loro imposto dalla società, non sono che pochi esempi di questa deriva. Soprattutto, oggi va di moda il «linguaggio di genere», volto a porre rimedio a una delle maggiori «ingiustizie» che affliggono questo mondo: l’utilizzo del maschile nei termini che si riferiscono a entrambi i generi. Certo che è un gran problema. La fame nel mondo, la guerra in Ucraina, catastrofi naturali… bazzecole, il vero problema è l’utilizzo di un asterisco al posto della vocale finale di una parola. Non più «ragazzi» o “avvocati” per indicare genericamente entrambi i sessi, bensì «ragazz*» o «avvocat*». L’importanza di questo passo è vitale!

Il caso di Stäfa (ZH)

Sarcasmo a parte, il fenomeno sta prendendo piede in modo pericoloso. Ne è l’esempio il recente caso della scuola secondaria di Stäfa che, quale apoteosi di un insegnamento «gender», aveva indetto un «Gender Day», inoltrando agli allievi un invito a partecipare – peraltro obbligatorio – sul quale figurava, oltre all’indirizzamento consapevole di “ragazz* con l’asterisco di genere, anche un logo indicante chiaramente il carattere non binario dell’evento.

Solo la reazione indignata di genitori e politici ha indotto le autorità ad annullare, seppure a malincuore e con parole di biasimo per gli oppositori, la manifestazione.

Ma Stäfa non è l’unico focolaio di questa pericolosa tendenza. Il dibattito gender è aperto anche in altri cantoni e il pericolo di un (ulteriore) lavaggio del cervello degli allievi, sempre in età più giovane, è latente dappertutto. E noi «DVST» (Difensori dei Valori Sessuali Tradizionali) dovremo stare molto attenti, se non vogliamo trovarci un domani ridotti a qualche lettera aggiunta a LGBTQIA+.

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