La dichiarazione di  qualche anno fa di Angela Merkel, secondo cui in Germania l’esperimento della società multiculturale è fallito, lasciò di stucco i buonisti europei, figuriamoci poi quelli svizzeri. E tutti si misero a relativizzare la, peraltro perfettamente centrata, affermazione dell’ex-cancelliera tedesca. “È stato detto in un contesto particolare” – il congresso dei giovani CDU – oppure “la cancelliera non intendeva dire quello” (ohibò, lo saprà bene cosa vuole dire la prima ministra di un grande paese come la Germania!) o ancora “in Germania hanno delle difficoltà perché non fanno niente per integrarli, ma in Svizzera è tutt’altra cosa”.

Personalmente sono perfettamente d’accordo con Angela Merkel, e sono convinto che in Svizzera si stia andando incontro allo stesso fallimento, perlomeno se continuiamo con questa sciagurata politica dell’”embrassons-nous”, del “siamo tutti fratelli” (fra l’altro, anche Caino e Abele lo erano), delle illimitate concessioni alle rivendicazioni della comunità straniera con il pretesto che il prostrarsi alle più assurde pretese di chi è ospite – e spesso ormai neanche tanto gradito – nel nostro paese costituisca un “arricchimento culturale”. Un presunto arricchimento culturale che troppo sovente va di pari passo con un impoverimento finanziario, quello invece tutt’altro che presunto.

Mifu ribattuto in un dibattito televisivo, che la gente ormai si sposta in massa e che non possiamo farci nulla. Non è assolutamente vero. La gente si sposta nella misura in cui noi – nel senso dei paesi che ospitano – le permettiamo di farlo. Non ha alcun senso lasciar immigrare permanentemente tutti, indipendentemente dal loro ceto sociale e del bisogno di loro o no da parte dell’economia. Chi è in grado di mantenersi decentemente senza gravare sul nostro sistema sociale e coloro di cui le nostre imprese hanno bisogno non trovando tale tipo di manodopera sul mercato indigeno, ben vengano, sempreché non pretendano di ricreare da noi l’ambiente e la società che hanno lasciato nel loro paese. Ma chi in Svizzera arriva senza mezzi e perché attirato da un sistema sociale assurdamente generoso o da una possibilità di delinquere nella quasi immunità, inesistente in tutto il resto del mondo, non c’è alcuna ragione di accoglierlo. Nessuna ragionevole norma umanitaria può arrivare all’eccesso che purtroppo, in Svizzera, è già stato raggiunto e oltrepassato.

La società multiculturale è possibile – e allora può persino essere sì considerata un arricchimento culturale – se propinata in dosi omeopatiche e in una chiara suddivisione del pianeta in zone territoriali d’influenza. Se nell’Occidente di cultura cristiana c’è un 5 o un 10% di popolazione di credo diverso, compensata dalla stessa percentuale di cristiani nei paesi musulmani o induisti o di qualsiasi altro credo, queste minoranze non avranno difficoltà a essere rispettate – sempre che rispettino le norme locali – dalla maggioranza dominante nel territorio. Non essendo a rischio la sua identità nazionale, infatti, quest’ultima non ha alcuna ragione di essere ostile a chi porta con sé un concetto esistenziale diverso.

Ma siccome l’essere umano è per sua natura prevaricatore, è necessario che queste maggioranze territoriali si tengano ben strette le loro prerogative, alla faccia dell’”embrassons-nous” e del “siamo tutti fratelli”, e che si tengano pronte, se necessario, a difenderle con le armi qualora il paese confinante dimostri delle pericolose mire espansionistiche.

Oggi, purtroppo, con questa utopia della società multiculturale globale, si è fatto sì che le influenze di poteri alieni (e in particolare è il caso dell’Islam) non debbano più necessariamente essere esercitate con la minaccia di una guerra convenzionale, bensì vengano coltivate con successo all’interno stesso della nostra società, con la costante e sistematica infiltrazione sul territorio di vere e proprie colonie straniere costituenti delle quinte colonne e delle teste di ponte per la fagocitazione dall’interno dell’intero Occidente.

Perché, non facciamoci illusioni, chi sta dietro al disegno d’islamizzazione dell’Occidente – non è dato di sapere chi sia esattamente, ma certamente le dichiarazioni di Erdogan o di Gheddafi non lasciano dubbi che questo disegno esista – non mira a una società multiculturale a pari diritti per tutti, bensì all’egemonia musulmana a medio o lungo termine che sia.

E quando, dopo la decima fetta, anche i nostri profeti del multiculturalismo si saranno accorti che si tratta di polenta, o meglio di couscous, sarà troppo tardi.

Riprendiamoci dunque le nostre prerogative di padroni di casa, e se qualcuno dirà che discriminiamo gli stranieri, tanto peggio. Vogliamo scommettere che quest’ultimi staranno sempre meglio da noi, anche se leggermente discriminati, che non nel loro paese di provenienza?

Eros N. Mellini

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