Fra una situazione surreale e un autentico terrore

Infarto!
(enm) L’esperienza di questi ultimi giorni non l’auguro proprio a nessuno. Stai dormendo normalmente – o almeno questo è quanto credi tu – e una voce profonda ti toglie traumaticamente dal pacifico limbo: «Signor Mellini, lei sa dov’è?» – Beh, non saprei, nel mio letto forse? «No, lei si trova alle cure intense dell’Ospedale civico di Lugano, perché ha fatto un infarto».
“Ohibò, un infarto? Così senza dirmi niente? È strano, non mi sono accorto di nulla! Ma sarà poi vero? O è semplicemente uno di quei bizzarri sogni da cui ti svegli poi con la mente in stato un po’ confusionale ma, appunto, ti svegli e ti chiedi dove la tua mente sia andata a pescare quegli strani «flash» che hanno costellato una notte particolarmente agitata?”
A poco a poco, le uscite dal coma si fanno più frequenti, alla domanda «Lei sa dove si trova?» cominciano ad aggiungersi «Che giorno è?», «Quante sono queste dita?», «Tiri fuori la lingua». A quest’ultima ingiunzione risponderesti volentieri anche mostrando il dito medio, ma non puoi, ti hanno legato al letto per paura che te ne vada a spasso in preda a sonnambulismo e le tue mani non hanno nemmeno un agio sufficiente a permetterti di grattarti la punta del naso. Comunque, questi sempre più frequenti «stati di lucidità» ti fanno vieppiù prendere coscienza che no… non si tratta di un brutto sogno e sì… sei stato (e forse lo sei ancora) con un piede nella fossa e l’altro su una pelle di banana. Nel frattempo, ti comunicano che non si è trattato di un infarto (evviva, evviva) ma «soltanto» di una grave polmonite batterica che, aggravata dalla tua insufficienza cardiaca, ha fatto sì che i tuoi polmoni si riempissero d’acqua. Vabbè, allora, se è così…
Intanto, sedato e alimentato via flebo, il tuo Calvario da intubato legato al letto – con una sete del diavolo che non ti è permesso estinguere con il piacere di una bevuta perché c’è il rischio che l’acqua di vada di traverso neutralizzando in pochi secondi gli effetti benefici delle terapie diuretiche in atto – continua. Dopo sei giorni, finalmente, decidono – bontà loro – di toglierti i tubi, compreso quel catetere che, se da un lato ti permette di orinarti in tasca senza praticamente accorgertene, dall’altro è psicologicamente debilitante, oltre che un intoppo nel camminare creato dal doversi tirar dietro una sacca di plastica piena dei tuoi più o meno coscienti deflussi organici. Ora puoi alimentarti normalmente – ti dicono – e già ti brillano gli occhi al pensiero del capretto pasquale. E invece no. Dato che sei diabetico, il tuo «normalmente» significa tutta una serie di pappe, pappette e pappotte, di cui cambia la consistenza rimanendo, ahimé, invariato il sapore piuttosto disgustoso.
I giorni di degenza si allungano, ti hanno trovato dei batteri residui nel sangue e li stanno combattendo con gli antibiotici più indicati. Ma poi ci vorrà anche una TAC per osservare lo stato dei tuoi diverticoli fonte, parrebbe, dei germi di cui sopra. Quo usque tandem, abutere Catilina…
Sono cose che ti fanno riflettere, mi dicono con faccia di circostanza dei conoscenti convinti che ripetere quanto sentito o letto nelle soap opera li ponga automaticamente nella categoria degli intellettuali. Balle! Il pensiero della morte è ormai da anni diventato un compagno fisso – giunti a una certa età devi fartene una ragione – ma pensare che «riflettendoci» si possa attenuare la paura al momento del gran salto, è pura utopia.
La paura c’è, ovviamente, ma se penso che se non ci fosse stato qualcuno a dirmi «Lei sa dove si trova?», «Che giorno è?», «Quante sono queste dita?», «Tiri fuori la lingua», manco mi sarei accorto di essere morto, accettare l’inevitabile diventa più facile.
E per non perdersi neppure una briciola dell’antica saggezza romana: Carpe Diem!

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