Il pensatore

Ma forse, anche vivere in pace è una religione. Quasi tutte le religioni ne parlano come uno degli obiettivi cui tendere ma poi, salvo alcune come il Buddismo o la fede Bahá’í, solo per citarne un paio, si contraddicono pretendendo di essere uniche depositarie della Verità e rivendicando il diritto di imporre una supremazia su tutte le altre, anche a suon di veri e propri bagni di sangue e genocidi. Il paradosso: come si può predicare la pace a suon di legnate e con fanatica intolleranza?

Il Cristianesimo e l’impero romano

Il Cristianesimo fu dapprima vittima non tanto del Paganesimo romano – che, di per sé, era tollerante e accettava di regola pacificamente nuovi membri nel suo «Theo-Club» – quanto di una politica alla ricerca di capri espiatori (un po’ come l’antisemitismo, protrattosi poi fino ai giorni nostri). È quindi naturale che il Cristianesimo si professasse una religione di pace. Predicare la pace nei panni della vittima di persecuzioni è facile, è quasi un’operazione «win-win» nel senso che, se non ti ascoltano continueranno a dartele come prima mentre, se ti danno retta, qualche legnata te la risparmi. Ma, siccome le correnti religiose sono fatte di uomini, donne e – ma solo oggi – anche di LGBTQIA+ (…UVZ), ottenuta la totale libertà religiosa con l’editto di Costantino e Licinio nel 313 d.C. e l’elevazione a unica religione dello Stato con gli editti di Teodosio (391-392 d.C.), il randello cambiò solo di mano e la testa da mazzolare divenne quella dei non-cristiani. In nome della vera e unica religione, i cristiani cominciarono ad ammazzare chiunque osasse metterne in dubbio l’unicità. E quando in non-cristiani in Europa cominciarono a scarseggiare – salvo in parte dell’area mediterranea nella quale erano i Musulmani a mazzolare per conto proprio – si inventarono  le crociate per «liberare» Gerusalemme e il Santo sepolcro.

Le guerre di religione in Europa

A metà dello scorso millennio poi, le botte da orbi cominciarono a girare fra gli stessi cristiani, divisi da riforme, controriforme ed eresie varie. Tutti convinti – o quantomeno attestanti – che «Dio lo vuole!», motto di cui, naturalmente, ognuno era il giusto e legittimo interprete. Dalla rivolta dei cavalieri protestanti tedeschi contro il Sacro romano Impero e la Chiesa cattolica nel 1522 e la seconda guerra di Villmergen (Svizzera) nel 1712, Wikipedia enumera ben 25 conflitti di religione, ben di più se si pensa che alcuni di essi – per esempio la Guerra dei trent’anni – si svolsero in più fasi.

Religione e politica

È indubbio che i poveracci che si ammazzavano al fronte ci credessero – magari non al punto di farsi martirizzare, ma credevano veramente di combattere una guerra santa – e ritenessero un dovere l’imporre la loro «religione di pace» rimpinguando cimiteri e fosse comuni. Ma chi gliel’aveva detto e continuava a inculcarglielo nella mente, paventando atroci sofferenze all’inferno per chi osava mettere in dubbio che l’ammazzarsi a vicenda fosse voluto da Dio? Il potere politico, allora in mano a pochi monarchi e all’alto clero.

E oggi?

Il Cristianesimo ha smesso di ammazzare chi non ci crede (con 8 miliardi di persone al mondo sarebbe un compito quasi impossibile), sebbene continui a interferire nella politica dei vari paesi con missioni di conversione, influenze su governi nei paesi a maggioranza cattolica, ingerenza nella politica italiana da parte del Vaticano, eccetera. In altre parole, la sua politica non è più l’imposizione con la forza ma la ricerca del consenso. Consenso che, infatti, va vieppiù scemando di pari passo con l’evoluzione o involuzione della vita moderna. Qualche fanatismo qua e là non lo escludo a priori ma, nel complesso, la Chiesa cattolica accetta oggi la convivenza con le altre religioni.

L’Islam

Il problema dell’Islam è che il Corano predica apertamente l’eliminazione degli infedeli. Il versetto 29 della Sura 9 del Corano è illuminante: «Combattete coloro che non credono in Allah e quelli, fra la gente della Scrittura (ebrei e cristiani, NdR), che non scelgono la religione della verità». E che dire della sura 2 (190-193): «Combattete per la causa di Allah coloro che vi combattono, uccideteli ovunque li incontriate, scacciateli. Combatteteli finché il culto sia reso solo ad Allah». O della sura 47:4: «Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue e stringete forte le catene dei prigionieri».

Se in questo senso l’Occidente si può dire evoluto perché anche il cristiano più credente difficilmente mette mano alle armi per motivi religiosi, altrettanto non si può dire dei paesi musulmani dove l’Islam è religione di Stato anzi, è superiore allo Stato. Le frange fanatiche dei suoi aderenti sono ancora molto consistenti quando non preponderanti. E quindi il ricorso alla violenza per imporre ciò che «Dio vuole» ha una sua legittimità.

La convivenza e l’intolleranza

Ciò fa si che alla tendenza alla pacifica convivenza religiosa (che poi lo sia anche in altri ambiti è tutto da vedere) nei paesi occidentali di cultura cristiana, faccia fronte la più totale intolleranza nei paesi islamici. Mentre il cristiano nei paesi musulmani è tollerato – quando lo è – unicamente se non ostenta la propria religione, in Occidente il musulmano non ha limiti, addirittura si assecondano tutte le sue rivendicazioni (moschee, minareti, muezzin urlanti, Ramadan, cucina halal, eccetera). Un’evidente mancanza di reciprocità che, da sola, dovrebbe porre un freno all’assurda e masochistica tolleranza occidentale.

La fede individuale e l’effetto aggregante nella comunità

A scanso di equivoci: sono totalmente agnostico e guardo con cauto sospetto alle religioni. Ciononostante, riconosco loro alcuni pregi in campo sociale, fintanto che non vengono strumentalizzate a fini politici e di potere. Finché la fede rimane una scelta personale e priva di velleità, il fatto di appartenere alla stessa religione, di trovarsi ogni domenica a messa o di celebrare in comune le feste, ha un effetto aggregante molto positivo sulla società. Personalmente, mi sarebbe sempre piaciuto vivere in un villaggio inglese o scozzese – per intenderci, tipo telefilm dell’Ispettore Barnaby o di Miss Marple – e credo che, nonostante il mio agnosticismo, parteciperei volentieri alle funzioni domenicali per puro spirito di comunità, giusto per assicurarmi una convivenza pacifica e il più possibile piacevole. Del resto, ricordo perfettamente quando da ragazzini si andava obbligatoriamente a messa la domenica e come al termine della stessa, gli adulti si raggruppassero sul sagrato per quattro chiacchiere o passassero al bar per un aperitivo insieme.

La strumentalizzazione politica

Di fatto, le guerre di religione non sono mai state tali. Dietro le quinte c’è sempre stata la politica espansionistica di Stati o regimi ben definiti che, per pura coincidenza, avevano come religione di Stato il Cattolicesimo, il Luteranesimo, l’Anglicanesimo, l’Islam o quant’altro. E il Sovrano di turno si serviva del fanatismo religioso sapientemente instillato e coltivato nel popolino, per aizzarlo contro un nemico che, in realtà, non era tale perché di un’altra religione, bensì perché facente parte di uno Stato che si voleva conquistare o da cui ci si doveva difendere.

La cosa succede ancora oggi: le velleità etniche vengono esasperate con l’etichetta della religione (se non c’è di mezzo quest’ultima, la guerra non può definirsi «santa»), fintanto che gente – che fino ad allora conviveva pacificamente nello stesso villaggio, città o Stato – comincia a darsele di santa ragione in preda a un odio fanatico e fondamentalista. E spesso e volentieri, entrambe le religioni delle forze in conflitto si definiscono «di pace». Per parafrasare Indro Montanelli: la pace dei cimiteri.

 

Phil O’Soph

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