Mai come negli ultimi anni, il pubblico dibattito su qualsiasi argomento è stato tanto acceso. Vaccino anticovid, cambiamento climatico, svolta energetica, Russia o Ucraina, Hamas o Israele, e chi più ne ha più ne metta. Complice l’informazione, la contro informazione e, soprattutto, la malainformazione – che fa da corredo alle prime due a colpi di false notizie suffragate da pseudo statistiche e studi scientifici cui non si chiede necessariamente di essere veritieri, quanto solo di essere verosimili e sufficientemente convincenti – ognuno si crede in unico possessore della verità. E grazie al palcoscenico – spesso immeritato – garantitogli da Internet e dai suoi «social», si ritiene in dovere di avviare o di contribuire al dibattito, esprimendo pareri come dogmi indiscutibili che controbattere dovrebbe rendere legale la persecuzione e il linciaggio. Non ci sono mezze misure: o sei con il politicamente corretto pensiero ricorrente – il famigerato «mainstream» – o sei un eretico da bruciare sul rogo. Alessandro Manzoni diceva: «La ragione e il torto non si dividono mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una e dell’altro».

La consapevolezza di questo assunto dovrebbe far sì che la discussione si mantenga entro i limiti della decenza, se non ci si crede si può comunque ricorrere alla buona educazione per non cadere dallo stile dei Promessi sposi ad atteggiamenti che sembrano essere ispirati piuttosto dal «Mein Kampf».

Ma purtroppo non è così. O sei d’accordo con me o – per dirla con Fantozzi – sei una merdaccia.

I leoni da tastiera

Internet ha indubbiamente portato parecchi vantaggi: basti pensare all’infinità di dati e nozioni cui si può accedere con un click. Ma questo non ha costituito una diffusione dell’intelligenza o anche solo delle conoscenze. Al contrario, su una grande massa di persone di cui il discernimento non è una qualità che emerge particolarmente, ha avuto un impatto controproducente. Ha dato cioè alla gente l’accesso a un’informazione e a una controinformazione che non è in grado di valutare con cognizione di causa, rendendola così facile preda di una malainformazione che dei gruppi di potere di volta in volta diffondono tendenziosamente a fini che in quel momento ritengono di loro interesse.

Questa malainformazione dilaga poi a macchia d’olio, diffusa proprio dai «leoni da tastiera» che si sentono in dovere di prendere posizione sulla pseudo notizia, dimenticando che, primo: non sono assolutamente qualificati per suffragarla o contestarla, semplicemente perché non hanno le cognizioni per farlo e, secondo: che del loro parere, alla maggior parte della gente – ossia quella che ha problemi ben più importanti e impellenti da risolvere – della loro opinione (ma anche della notizia di per sé, se è per quello) non gliene frega una beata minchia.

Intendiamoci, non ho nulla in contrario a che in un gruppo ristretto di persone si discuta, fra un sorso e l’altro – a titolo puramente accademico, naturalmente, perché non è che questo esercizio intellettuale porterà ad alcunché di concreto – se abbia ragione Putin o Zelenskij, Hamas o Israele, o se sia l’uomo con i suoi TIR la causa del cambiamento climatico che, dopo aver surgelato una miriade di dinosauri 65 milioni di anni fa, oggi ci condanna a una perenne sauna.

La sopraffazione e il degrado del dibattito

No, quello che mi disturba è l’estensione del dibattito a una marea di persone che rifiutano a priori la benché minima veridicità nelle le tesi contrarie alla loro. Tesi che, a loro modo di vedere, devono essere zittite anche ricorrendo a colpi bassi, insulti e offese. Il loro ideale è un coro di voci che all’unisono inneggino alla stessa visione del mondo, naturalmente la propria – o meglio quella che una subdola quanto astuta propaganda ha inculcato nei loro cervelli. E che non esitano a usare il turpiloquio per sopraffare l’avversario. Che poi non tanto di avversario si tratta, quanto semplicemente di un interlocutore di diversa opinione, il cui diritto di dire la sua – ancorché altrettanto inutilmente al lato pratico – andrebbe rispettato, non fosse che in nome della buona educazione e del vivere civile.

Ma purtroppo, quest’ultimi stanno vieppiù diventando merce rara. Ed è un peccato, anche se, probabilmente, a rendersene conto sono solo quelli della mia generazione (anno più, anno meno) cui questi valori sono stati inculcati fin da piccoli a casa e a scuola. Magari mal digeriti allora, ma rimpianti oggi con un po’ di nostalgia.

 

Phil O’Soph

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