Il titolo potrebbe sembrare superficiale e magari un po’ irriverente nei confronti di chi ritiene che prendere sul serio la politica presupponga l’adozione, senza se e senza ma, di un linguaggio «politicamente corretto». Ma non è così. Il linguaggio politicamente corretto, di per sé, non porta a nulla se non a una repressione ingiustificata della propria natura a favore della più pura ipocrisia.
«Dobbiamo chiederci tutti assieme in cosa abbiamo sbagliato, e non ridurre tutto in termini di + un seggio o – un seggio», è il discorso ricorrente. O meglio, ricorrente fra chi ha perso e spera di lenire le proprie ferite a suon di paroloni. Perché, noi dell’UDC dovremmo unirci alle autofustigazioni e ai mea culpa degli altri partiti chiedendoci in falsa umiltà «Ma dove abbiamo sbagliato?». Noi abbiamo vinto e, al di là della possibilità di fare un seggio in più con i resti della prima ripartizione, non abbiamo nulla da recriminare. Se prima delle elezioni mi avessero offerto di ottenere tacitamente due seggi in più dei sette precedenti, «ci avrei messo la firma».
«Se metà della popolazione non va a votare e di quella che lo fa, un’ulteriore metà vota la lista senza intestazione, significa che i partiti sbagliano, che non riescono a far passare il loro messaggio, che il sistema dei partiti è superato». Io non credo che sia superato, semmai necessita di qualche ritocco ma, nel complesso, è il meno peggio di quanto offre il mercato. Il problema sta nel fatto che, da quando – pensando con poca lungimiranza di aumentare il loro bacino di voti – i grandi partiti si sono aperti alle cosiddette ali sociali, mentre nascevano dei movimenti che promettevano il mantenimento di una socialità la cui finanziabilità era ormai sfuggita di mano, senza ricorrere ad aumenti fiscali, si è diffusa e sempre di più l’idea di una politica «à la carte» nella quale, da un menu completo a prezzo fisso, ognuno può scegliersi ciò che più gli aggrada pagando solo per quanto consuma. Ebbene, non funziona così: puoi sì mangiare solo quello che più ti piace, ma il menu lo paghi tutto, compreso il coperto.
Lo stesso succede con la politica. Un partito ti offre una gamma di idee, ideologie, azioni politiche, eccetera, della quale puoi senz’altro sostenere ciò che ti aggrada e criticare o non votare quello che non condividi, ma non per questo devi abbandonarlo definitivamente perché in qualche occasione il suo atteggiamento nei confronti di un tema non è quello che vorresti tu. Guardandola nel suo insieme, la nostra politica dei partiti non sarebbe tanto male. Scegli il partito nella cui maggior parte dei proclami ti riconosci e, al momento delle elezioni, gli dai tutto l’appoggio possibile affinché ottenga il maggior numero di seggi per portare avanti le sue politiche che – come detto – in gran parte sono affini alle tue aspettative, per buona pace di quei due o tre temi che non lo sono. Per questi voterai poi in tutta coscienza quando e se sarà il momento, ma non è logico pensare di costruirsi un partito su misura estrapolando da ogni partito la parte che ti piace ma che, verosimilmente, non avrai mai la forza necessaria per farle ottenere successo.
Ma questo è il fenomeno cui abbiamo assistito – e stiamo assistendo da anni – con le elezioni in Ticino. Forse illusi dal successo (peraltro unico e difficilmente emulabile) della Lega, ognuno che si trova in disaccordo con il proprio partito, ne fonda uno suo, vendendolo con l’etichetta dell’indipendenza politica, della ribellione al sistema, dell’«occhio all’economia, sì, ma guai toccare la socialità», in altre parole promettendo di conciliare l’inconciliabile, il diavolo con l’acqua santa. In realtà, nella maggior parte dei casi, la molla che spinge a questo atteggiamento è il mero interesse personale, una sorta di modesto arrivismo per soddisfare il quale basta un seggio in Gran Consiglio. Obiettivo la cui modestia è inversamente proporzionale alla pomposità dei proclami pre- e post-elettorali.
Mi si permetta quindi di constatare che le elezioni hanno sempre di più il sapore di una corsa fine a sé stessa, il cui traguardo è più quello di battere l’avversario che non quello di affermare i propri princìpi politici. O meglio, a quest’ultimi penseremo in seguito, se e quando avremo un pulpito (seggio) da cui declamarli.
Perciò, politicamente corretto o no, l’UDC ha due seggi in più da cui far sentire la propria voce, più posti nelle commissioni, più voti nel plenum. Gli altri hanno perso, vinto o sono rimasti sul posto? E chi se ne frega!

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