Eros N. Mellini

 

Nel suo articolo nella rubrica «Spazio Libero» nel CdT del 30 giugno 2023, fra le altre cose, l’amico Alberto Siccardi tocca l’annosa questione della scarsa affluenza alle urne nella democrazia diretta della Svizzera. Il problema esiste, probabilmente perché la libertà garantita dallo Stato di diritto – come dice la parola stessa – rende perentori i diritti, mentre i doveri sono ignorati o, quantomeno considerati facoltativi.

Il diritto (dovere) di votare

Ora, il voto è – o dovrebbe essere – un diritto sì, ma anche un dovere. Questo ci insegnava la civica quando ancora era considerata una materia scolastica importante. Ma è ancora così? O è mai stato così?

Una curiosa statistica

Mi sono preso la briga di stilare una semplice statistica (conti della serva senza alcuna pretesa di rilevanza scientifica): ho trascritto su un foglio di Excel data e percentuale di partecipazione di tutte le votazioni federali avvenute fra il 1884 (di quelle anteriori non è data la partecipazione) e il 2023 e ne ho calcolato alcune medie. Innanzitutto, quella su tutto il periodo: 49,13%. Con livello minimo del 26,7% (1999) alla punta massima dell’86,3 (1922). Si potrebbe pensare che ad abbassare la media sia la bassa partecipazione degli ultimi decenni e, in effetti, se si prende la media del 19° secolo, del secolo scorso e del secondo millennio, si nota una progressiva diminuzione dal 57,5% del 1800, al 49,3% del 1900, al 46,1 di questi primi 23 anni del 2000. Ovviamente, non si può pretendere un rigore scientifico da questa statistica «Fai da me» – intanto, i dati dell’800 si riferiscono a una ventina di votazioni, mentre quelli del secolo scorso ne contemplano 209, e dal 2000 ne abbiamo effettuate 74 – però balza all’occhio che, mentre nel primo periodo si è scesi solo una volta sotto il 40% (5%) su 21 votazioni, il 900 vede ripetersi tale situazione per ben 55 volte su 209 (26,3%), mentre dal 2000 siamo già a 14 su 74 (18,9%). Una situazione migliore, per il momento, rispetto al secolo scorso, ma chissà cosa ci riserva il futuro?

Perché?

Innanzitutto, è opportuno rimarcare che, sebbene la situazione stia oggi peggiorando – e questo è grave – nemmeno il 57,5% dell’800 è poi una partecipazione da fare salti di gioia, anche se metterei la firma per tornare a quei livelli. Quindi, una parte del problema deve essere attribuito a qualche ragione che si trascina già da allora e/o che è intrinseca nel sistema della democrazia diretta. Ci sono popoli oppressi che farebbero i salti mortali per avere il diritto di voto. A noi, che ne disponiamo da secoli, invece, sembra quasi dare fastidio. E dà, in effetti, senz’altro fastidio alle autorità che si vedono bocciare certe decisioni date per scontate, ne dà altrettanto a coloro che dalle urne auspicavano un esito diverso ma, apparentemente, dà fastidio anche a oltre la metà della popolazione che, infatti, se ne astiene adducendo le più svariate ragioni, salvo l’unica che sarebbe onesta e corretta: l’ammissione di una colpevole pigrizia.

Tanto fanno quello che vogliono lo stesso

È vero che spesso e volentieri, il volere del popolo viene aggirato dal potere della politica, ma non per questo bisogna arrendersi. Diceva Che Guevara (eh sì, anche lui ogni tanto ci azzeccava!): «Chi combatte rischia di perdere. Chi non combatte ha già perso».

Lo stesso vale per le battaglie della democrazia diretta. Spesso, troppo spesso, chi vince una votazione lo fa con la complicità di chi si è arreso e non è andato a votare.

L’incongruenza

Quest’ultimo accetta tacitamente la decisione altrui. E, al limite, lo si può accusare di scarso interesse per la cosa pubblica, ma solo fintanto che – come detto – lo fa «tacitamente». Dizionario Treccani: «Tacito, agg. [dal lat. tacĭtus, der. di tacere]. – 1. Che tace, che sta senza parlare.»

Ma avete mai incontrato nella nostra loquace, per non dire logorroica società, qualcuno disposto a non dire la sua su tutti e su tutto per poi terminare incoerentemente dicendo: «Io non vado a votare perché tanto fanno quello che vogliono lo stesso!»? Io sì, spesso, anzi troppo spesso. E sono combattuto fra l’utopia di togliere loro il diritto di voto o il diritto di parola o, ancora meglio, entrambe le cose.

Purtroppo – parafrasando uno slogan pubblicitario di qualche anno fa, «Toglietemi tutto, ma non il mio… diritto di blaterare» – ma, soprattutto, «Non imponetemi il dovere … di andare a votare» – non si può.

In verità, anche i politici fanno la loro parte

Per essere sinceri, questa rassegnazione – e conseguente apatia nei confronti del voto – è in gran parte da attribuire alla politica, soprattutto all’atteggiamento ambiguo e traditore di molti politici che, immediatamente dopo la loro elezione e fino alla prossima corsa elettorale, dimenticano semplicemente le promesse fatte durante la campagna. La domanda è: «Ma perché vengono rieletti? Quattro anni di delusioni non sono sufficienti?». La risposta è altrettanto semplice: «Perché la decisione viene lasciata a quel 50% di elettori suddivisi fra quelli cui le cose vanno bene così come stanno e gli altri che aspirano al cambiamento, ma cui l’astensione della metà dell’elettorato fa mancare la forza necessaria a ottenerlo.»

Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso

Saggia sotto molti aspetti, la massima di Dante non è però applicabile alla democrazia diretta. Infatti qui, chi è causa del suo mal deve piangere gli astensionisti, gli apatici, i rassegnati anzi, non tanto piangerli quanto incazzarsi con loro come una iena. Non necessariamente, con una partecipazione del 100%, l’esito della votazione sarebbe quello da me o da altri auspicato, ma perlomeno non sarebbe lasciato alla maggioranza un virtuoso 40% che si ostina a non cestinare sistematicamente il materiale di voto. In altre parole, al 20% degli aventi diritto di voto, poco più del 12% della popolazione.

 

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