Consiglieri federali, consiglieri di Stato, municipali; parlamentari federali, cantonali e comunali, in teoria dovrebbero essere eletti per servire il paese e il popolo. Dovrebbero esserne consci e, di conseguenza, fissare le priorità politiche sulla base degli interessi del popolo che li ha eletti. Una certa fierezza per il ruolo che sono chiamati a ricoprire – e perfino una certa ambizione, che si esprime al meglio durante le campagne elettorali, a vincere la corsa al seggio – sono normali e legittime, ma solo fintanto che poi la carica venga utilizzata per gestire al meglio la cosa pubblica.

Politica e interessi personali
Il problema – o meglio, uno dei problemi – nasce dal fatto che i politici di milizia, salvo qualche eccezione che al momento non so però individuare, lasciano che gli interessi personali travalichino i limiti del ragionevole, facendo passare in secondo piano tutti i bei princìpi proclamati ai quattro venti in campagna elettorale. E gli interessi personali che spingono i politici nell’arena elettorale possono essere di vario tipo ed entità: a partire dalla semplice diaria e gettoni di presenza che per alcuni deputati sostituiscono costituiscono uno stipendio di tutto rispetto, per arrivare a sostegni da parte delle lobbies economiche, a seggi lautamente pagati in consigli d’amministrazione, o semplici sostegni politici alla propria attività personale privata.
Tutto ciò non creerebbe grandi difficoltà, senonché, inevitabilmente, arriva il momento in cui gli interessi personali divergano da quelli di una corretta gestione della cosa pubblica. E allora giù a effettuare piroette e arrampicate sui vetri per giustificare l’ingiustificabile di fronte a un elettorato di cui si avrà comunque bisogno fra quattro anni per poter continuare ad aggirarlo con decisioni discutibili ma proficue per le proprie tasche.

Un abisso fra decisioni politiche e volere popolare
Nel caso della politica degli stranieri e dell’asilo, questo contrasto è messo ancora più in evidenza dal fatto che ad essere ignorate non sono semplici proposte parlamentari, bensì delle decisioni votate dal popolo e che dovrebbero essere quindi applicate senza se e senza ma: per esempio, l’iniziativa per l’espulsione dei criminali stranieri o quella contro l’immigrazione di massa. All’elenco dei consiglieri e parlamentari citato all’inizio di questo articolo, dovrei forse aggiungere i vari tribunali federali. Infatti, quando la politica non ha più scuse per non ottemperare al volere popolare, ci pensano loro a difendere gli interessi delle purtroppo sempre più potenti ONG, generose mangiatoie di chi ci lavora più che lodevoli iniziative umanitarie. La spaccatura fra governanti e popolo si fa quindi sempre più marcata e non c’è quindi da meravigliarsi se sempre più gente non va più a votare perché «tanto fanno comunque quello che vogliono». E qui mi sorge un sospetto: non sarà poi questo l’obiettivo recondito di tale atteggiamento? Scattivare vieppiù il popolo votante per fare davvero «quello che vogliono» senza fastidiose interferenze?

La torre d’avorio dei semidei
Una volta eletti, la maggior parte dei politici si chiude nella sua torre d’avorio, dalla quale è chiuso l’accesso al popolo, considerato da questi “arrivati” come una categoria di esseri inferiori, ignoranti dei temi che solo gli “addetti ai lavori” (loro) sono in grado di capire – e quindi di gestire. Una categoria da tutelare da sé stessa, anche ignorando, quando è il caso, la sua volontà espressa in votazione popolare, simbolo principe della nostra democrazia diretta. Non è più quindi il bene del paese e del popolo, l’obiettivo della corsa elettorale, bensì quello di accedere a questa torre d’avorio rimanendovi il più a lungo possibile. E per farlo, paradossalmente, si fanno promesse e proclami di principio, senza guardare tanto per il sottile in merito alla loro realizzabilità.
Chi raggiunge questo obiettivo si ritiene un semidio, il cui parere può essere messo in discussione solo da colleghi semidei all’interno della torre. Per non alienarsi il consenso necessario da lì a quattro anni per essere rieletti, viene di tanto in tanto discusso (e molto spesso bocciato) qualche tema di rilevanza popolare ma, spesso, si approfitta della chiusura delle porte della torre d’avorio per prendere decisioni che si sanno essere del tutto contrarie alla volontà del sovrano.

Le priorità sbagliate
Specialmente in politica economico-finanziaria, questo stato di cose dà adito a delle decisioni assurde. Ci si lamenta delle casse AVS che piangono e si propone l’innalzamento dell’IVA per mantenere le rendite, si paventano aumenti di tasse, imposte e prelievi per finanziare strade, infrastrutture e servizi, ogni investimento necessita di ulteriori oneri fiscali. Ma, nel contempo, si regala un miliardo e rotti per la coesione dell’UE, si preventiva un ulteriore miliardo e mezzo di sussidi all’Ucraina, che vanno ad aggiungersi agli altri miliardi previsti per l’aiuto all’estero, per l’asilo e per altri scopi senza alcun vantaggio per il benessere della popolazione indigena. È un evidente errore nella fissazione delle priorità, che dovrebbero essere decise sulla base di un sano e ragionevole egoismo: prima la Svizzera poi, se rimane qualcosa, il resto del mondo. Niente impedisce naturalmente di destinare anche dei fondi all’estero, ma si deve trattare di un “do ut des”, ossia ogni investimento all’estero deve comportare una contropartita in termini, per esempio, di ripresa di immigrati clandestini o di scambi commerciali di mutuo interesse. Basta con lo sperpero di denaro pubblico per sostenere Stati che – come dimostrato più volte dall’UE – per il nostro paese hanno soltanto ingratitudine.

Porte aperte alla torre d’avorio
Sarebbe ora di aprire le porte della torre d’avorio, lasciandovi entrare la voce popolare e, soprattutto, ascoltandola e dandole seguito. Anche se ciò significherebbe rinunciare allo status di semidio e il ritorno al compito precipuo di un politico (almeno di quelli in buonafede… e ce ne sono ancora, per fortuna, anche se regolarmente messi in minoranza): servire lo Stato!

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