Come la penso sull’esercito

È necessario l’esercito in Svizzera ? A mio avviso sì, e per diverse ragioni. È invece più che discutibile l’attuale impiego delle truppe, sempre più utilizzate in interventi all’estero, a supporto di missioni della NATO o dell’ONU. Ma per porvi rimedio non occorre necessariamente abolire l’esercito, occorre solo mettervi alla testa persone che ne adeguino le mansioni alle necessità del Paese. Quest’ultime, data la neutralità della Svizzera, si riducono essenzialmente alla difesa territoriale e all’aiuto in caso di catastrofi naturali. E se la nostra indiscussa solidarietà permette ovviamente nel secondo caso anche l’impiego delle nostre truppe all’estero, checché ne dicano i nostri strateghi malati di internazionalismo la difesa territoriale la si fa sul territorio e con armi adeguate al combattimento in loco. È infatti ridicolo che si acquistino armamenti per i quali dobbiamo addestrare i nostri militi all’estero, perché in Svizzera non ci sono spazi sufficienti per il loro utilizzo. In caso effettivo, il territorio elvetico non potrà essere difeso da carri armati stazionati in Svezia. È quindi evidente che i tipi d’armamento su cui hanno spinto i vertici del DDPS prima dell’arrivo di Ueli Maurer, non erano volti alla difesa del Paese in caso d’attacco nemico, bensì a sempre maggiori interventi all’estero in totale contrasto con la nostra politica di neutralità permanente.

Ma l’esercito in sé, è da mantenere. Innanzitutto simbolizza uno dei pochi valori tradizionali non ancora del tutto scomparsi – anche se sempre più a rischio grazie alla sciagurata politica multiculturale a oltranza e al lassismo dello ”embrassons-nous” – ossia la volontà di difendere fino alla morte la nostra libertà e la nostra indipendenza. In questo contesto, la custodia dell’arma a domicilio è essenziale, significa l’impegno del cittadino-milite a combattere fin dentro la propria casa l’eventuale nemico. E l’idea di togliergli la custodia delle munizioni trova una logica solo se si la considera il primo passo verso il ritiro dell’arma d’ordinanza, con l’obiettivo a medio-lungo termine di abolire l’intero esercito.

In secondo luogo, l’esercito ha un effetto educativo sui giovani. Personalmente, pur sostenendo l’istituzione del servizio militare, non mi vergogno d’ammettere di aver sempre cercato di farne il meno possibile. Ma posso affermare che la scuola reclute e i diversi corsi di ripetizione portati comunque a termine, mi hanno insegnato parecchio. In un’età in cui ci si crede dei padreterni in un mondo di cretini, dover eseguire gli ordini più stupidi solo perché imposti da qualcuno legittimato da qualche riga sul berretto, può senz’altro essere considerato assurdo, ancorché ingiusto, ma è una grande scuola di vita. Dover accettare la disciplina militare per evitare delle misure di repressione – sempre ingiuste, ma comunque inevitabili – è un insegnamento che ci servirà tutta la vita. Molti giovani, dall’adolescenza fino ai 18 o 20 anni sono ribelli e non rispettano le regole, perché nessuno si prende la briga di imporle loro. In servizio militare le rispettano, perché altrimenti vanno incontro a ritorsioni ben più dolorose della rinuncia alla ribellione. Ma in generale, dopo la scuola reclute, continuano a rispettare le regole – pur condividendole o no – perché il servizio ha loro insegnato che esse sono indispensabili per convivere pacificamente e sono il meno peggio per il prosperare della comunità. La domanda da porsi semmai, è a sapere se non sarebbe meglio applicare un po’ più di repressione già sui “teenagers” affinché le regole le rispettino da subito.

C’è poi infine il benefico effetto di coesione che il servizio militare ha sulle diverse comunità linguistiche che formano la realtà svizzera. Avete mai notato come il comune passato militare faciliti la fraternizzazione fra realtà etniche che, di principio, non è che si amino visceralmente. Eppure, prendete uno Svizzero tedesco, un Romando e un Ticinese, li mettete allo stesso tavolo e – tempo pochi minuti – cominceranno a parlare del servizio militare. L’esercito indubbiamente ci accomuna. “Di dove sei ?” – “di Locarno” – “Ah, io ho fatto la scuola reclute a Losone”. “E tu ?” – “di Maienfeld” – “Oh, io lì c’ero in corso di ripetizione. Andavamo sempre a bere al “Bahnhof”. E via di seguito, il ghiaccio è rotto.

Non fosse che per questo, tutti dovrebbero fare il servizio militare. Ma giustamente, in un esercito svizzero in Svizzera, non nell’appendice di organizzazioni internazionali verso le quali i nostri vertici militari tendono sempre più ad inchinarsi.

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