Come la penso sui…verdi

Sono la piaga del XXI° secolo. Da una ragionevole o, per usare un termine di moda, sostenibile ecologia – a nessuno che disponga di un minimo di buonsenso salta in mente di inquinare in modo inversamente proporzionale al beneficio che ne trae – istituzionalizzando il concetto e ponendolo a livello di credo politico di un partito, i Verdi si sono trasformati in talebani fondamentalisti non meno colpevoli degli estremisti islamici, anche se (per ora) meno violenti di quest’ultimi. Quello che sono già riusciti a fare, comunque, è trasformare – alla faccia di chi, tapino, è coinvolto idealmente – quello dell’ecologia in un “business” di dimensioni gigantesche nel quale non pochi furbi si tingono di verde per pasteggiare a caviale e champagne.

Mi rendo conto che qui scatenerò le reazioni isteriche almeno da parte di quei Verdi cui concedo l’attenuante della buona fede – ancorché proprio in essa stia la tragicità del problema, dalla serie “non solo sparano cavolate, ma ci credono pure per davvero!” – ma, a mio avviso, sarebbe azzeccata l’equazione: i Verdi stanno all’ecologia come gli estremisti musulmani stanno all’Islam.

La terra ci pensa da sola a darsi i suoi correttivi, tant’è vero che sta sopravvivendo egregiamente – ci si dice – da circa 4,5 miliardi di anni, fra raffreddamenti, surriscaldamenti e glaciazioni, senza che l’essere umano ci potesse influire minimamente. Oppure mi si dice che la glaciazione che circa 65 milioni di anni fa fece estinguere i dinosauri fu provocata dall’inquinamento causato dai TIR che, se di dimensioni proporzionali a quelle della fauna di allora, dovevano superare abbondantemente le 60 tonnellate con cui rischiamo di essere confrontati in un futuro molto prossimo?

Il fatto è che politicamente il tema “ecologia” è da trattare con le pinze. Con il lavaggio del cervello in atto nella popolazione da parte dei cacciatori di streghe, una posizione critica è scomoda, può essere elettoralmente controproducente.

Ma l’ipocrisia non è un prezzo che sono disposto a pagare per timore di perdere qualche consenso, e quindi affermo apertamente di anteporre alla salvezza dell’intero globo terrestre, il seppure non indispensabile – se confrontato con quello del Terzo mondo – livello della qualità di vita del nostro orticello industrializzato e produttivo.

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