Come la penso sullo…Stato sociale

All’inizio del secolo scorso c’era un grave sfruttamento della classe lavoratrice anche in Europa, non c’erano assicurazioni-malattia, figuriamoci poi casse-pensione, assegni familiari, assegni per lo studio, aiuti per l’acquisto della casa, e tutte quelle facilitazioni che oggi sono diventate un diritto acquisito, ma che pesano enormemente sulle casse dello Stato. E nessuno contesta la legittimità delle rivendicazioni della classe operaia dall’inizio del 900 fino, diciamo, agli anni ‘60. Ma poi, al motto di “dammi un dito e ti prenderò il braccio”, si è esagerato. E allora non si può fare a meno di chiedersi se siano proprio necessarie tutte le misure sociali che l’illimitata fantasia della sinistra non cessa di scodellare, con l’assurda idea che tutti abbiano diritto a tutto. Ma chi l’ha detto? Se il povero deve avere accesso a tutto quello che può permettersi il ricco, ma chi me lo fa fare di “sgamellare” tutta una vita per far vivere più agiatamente me e la mia eventuale famiglia?

Stato sociale significa, a mio avviso, un’assicurazione-malattia per tutti, ma che garantisca la cura della malattia o dell’infortunio, l’ospedalizzazione in camera comune e i farmaci necessari alla terapia, secondo la medicina tradizionale. Perché bisogna pagare dei premi più cari per includere nella gamma delle prestazioni di base dei tipi di cura alternativi, a volte fantasiosi o di sapore esotico, affinché ne goda un paziente che per pagare il premio deve ancora ricevere un sussidio dallo Stato? No, chi può permetterselo paga un premio di assicurazione complementare, e chi non può rinuncia!

Stato sociale significa una cassa disoccupazione che garantisca a una persona la sopravvivenza per un periodo transitorio senza lavoro, che si spera il più breve possibile, non di continuare nel livello di benessere di cui godeva quando lavorava a 10’000 franchi il mese.

Stato sociale significa il diritto all’educazione scolastica negli anni dell’obbligo, non borse di studio per andare a scuola fino a 25 anni e oltre. Se uno è veramente bravo e sarebbe peccato precludergli una carriera professionale universitaria per la quale ha i numeri, lo Stato sociale deve prestargli, se li ha, i soldi per proseguire negli studi, ma sotto forma di prestito che l’interessato restituirà un po’ alla volta – magari accompagnandolo con un po’ di gratitudine – quando sarà entrato nel mercato del lavoro. Basta con le borse di studio a fondo perso, chi ha conseguito una laurea e, di conseguenza, una posizione personale di alto livello grazie all’aiuto dello Stato, è giusto che saldi il suo debito con quest’ultimo. Non c’è bisogno di applicare interessi o considerare la svalutazione o altri dettagli del genere, l’importante è che l’immagine dello “Stato vacca da mungere” cessi d’esistere.

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