Da un post su Facebook:
«La nostra generazione è stata tollerante. E non lo sapevamo. Ora hanno inventato così tanti generi che in qualche modo provocano il contrario dell’accettazione.
Sono della generazione che ha ascoltato e amato David Bowie e Lou Reed, e non abbiamo mai avuto il problema delle preferenze sessuali che avevano.
Non ci importava nulla, in realtà eravamo molto felici con loro.
Elton John, Freddy Mercury, George Michael. Siamo anche la generazione che ha amato i Led Zeppelin, Deep Purple, Neil Young, Eagles… senza mettere in discussione i contesti che oggi sarebbero considerati sessisti.
Quando è arrivato Boy George, non ci siamo chiesti se gli piacesse l’uomo, la donna o entrambi.
Ci godiamo la sua musica. E quando Jimmy Somerville ci raccontò la sua storia quando era un ragazzo di paese, ci trasferimmo e cantammo con lui. E non c’erano leggi che ci obbligano a essere solidali o almeno partecipare.
Ci siamo solo goduti la loro arte e quanto erano magnifici, sono o saranno.
Non c’erano commissioni minacciose o guardiani attenti che ci censurassero se fosse uscito uno scherzo.
Vorrei capire cosa è successo nel frattempo, perché tutti questi censori hanno l’unico effetto di creare ciò che censurano. (…)»

Al di là dell’italiano un po’ approssimativo (l’originale era in spagnolo, tradotto verosimilmente da un traduttore automatico), come non essere d’accordo con l’autore?
Specialmente la frase finale, che ho ripreso nel titolo: «questi censori hanno l’unico effetto di creare ciò che censurano» non potrebbe essere più azzeccata.
È indubbio che in passato ci siano stati abusi su minoranze – o, nel caso delle donne, per un certo periodo, addirittura su una maggioranza – tuttavia è altrettanto indiscutibile che durante il secolo scorso si sia fatto parecchio per porvi rimedio. Ma con l’inizio del 3° millennio – o forse qualche decennio prima – dalla rivendicazione di legittimi e ragionevoli miglioramenti riparatori, leggi progressivi cambiamenti della legislazione e della giurisprudenza attuati nel ‘900, si è passati alla pretesa di interventi superflui, quando non addirittura assurdi, al motto «tutto e subito». Articolo 261bis del Codice penale contro la discriminazione razziale, «Gay pride», movimenti «Black lives matter», «Woke-» e «Cancel-culture» LGBTQ+ (…UVWXYZ), eccetera, sono figli (perlopiù illegittimi) di quest’epoca di male interpretata tolleranza. Una tolleranza verso le minoranze che, paradossalmente, ha finito per trasformarsi in intolleranza nei confronti delle maggioranze.
È giusto dare ascolto alle minoranze e, se del caso, adottare provvedimenti affinché non vengano discriminate ingiustamente e possano convivere pacificamente con il resto della comunità: ma ciò non significa assolutamente che la maggioranza debba farsi imporre da queste degli assurdi diktat, al punto di cancellare il principio fondamentale della democrazia, ossia il predominio della maggioranza.
L’ignoto autore del sopraccitato post su Facebook ha ragione: eravamo tolleranti e non lo sapevamo. O meglio, non lo sapevamo fino a quando dei movimenti – verosimilmente non disinteressati – hanno cominciato a dar voce a lamentele, accuse e rivendicazioni che la maggior parte dei componenti delle dette minoranze, presi singolarmente, nemmeno si sognavano di avanzare.
La «minoranzocrazia» sta vieppiù prendendo piede, causa ed effetto vengono invertiti, i movimenti si creano per combattere dei problemi che fino a lì non esisterebbero o quantomeno non avrebbero l’importanza che questi stessi movimenti riescono a convincere che abbiano. Una sorta di sindrome di Münchhausen per procura, si crea artificialmente la malattia per poterla curare e attirare così l’attenzione su di sé.
È triste dirlo, ma anche la tolleranza andrebbe gestita «cum grano salis». Con l’iper-tolleranza non si ottiene una società migliore, il post in Facebook lo dimostra: senza tutta questa «casa di tolleranza» si viveva molto meglio, si era più felici e verosimilmente anche più intelligenti.

Phil O’Soph

 

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