Le fredde biografie sono noiose. Quindi, se permettete, traccerò la mia sotto forma di articolo un po’ umoristico – peraltro veritiero – che spero ne faciliterà la lettura. Dato che ho quasi settantasei anni sarà però un po’ lungo, e me ne scuso. Semmai, leggetelo a puntate, come una telenovela.

Sono venuto al mondo o meglio, mi ci hanno letteralmente tirato con un forcipe, il 14 settembre del 1947 (però, fa un certo effetto essere nato «nel secolo scorso») a Muralto, ultimo di cinque fratelli e una sorella. Rimasto orfano di padre a meno di quattro anni, dall’asilo fuggii il primo giorno inducendo mia madre a non più rimandarmici mediante un sapiente – ancorché inconsapevole – uso della potente arma della crisi di nervi. Dato che mia madre era assente al lavoro tutto il giorno per mantenere la famiglia, ebbi due anni di felice e spensierata indipendenza fino all’inizio dell’obbligo scolastico. Non ho mai amato la scuola, come del resto la maggior parte dei miei coetanei. Ai miei tempi erano ancora in uso concetti come «autorità» e «severità», l’occasionale sberla (che oggi riconosco essere stata sana e necessaria) quando se ne faceva una un po’ più grossa del solito, veniva accuratamente taciuta in famiglia perché destinata a un supplemento da parte dei genitori che non avrebbero mai contestato l’agire del signor maestro. La mia classe di prima elementare era formata, se ben ricordo, da poco meno di quaranta allievi e quando questa masnada urlante raggiungeva il massimo sopportabile del casino e dei decibel, il signor maestro tirava fuori dall’armadio a muro una fisarmonica e ci faceva cantare tutti. Il rumore era lo stesso, ma un po’ più ordinato. Oggi mi preoccupa il fatto che la maggior parte dei bambini dichiarino di andare volentieri a scuola, significa proprio che «autorità» e «severità» non esistono più. Ed è peccato perché, pur avendoli subiti mio malgrado, riconosco che questi concetti si sono rivelati essenziali per una crescita entro i canoni di una pacifica convivenza con il prossimo.

Dopo cinque classi elementari portate a termine «brillantemente», quattro anni al ginnasio di Locarno all’insegna del massimo risultato con il minimo sforzo. Ossia la promozione facendo e studiando poco più di niente. Inutile dire che con i parametri in vigore allora – esonero dagli esami a condizione di un cinque in condotta che ovviamente non ho mai visto – per quattro anni fui un «habitué» degli esami di giugno e di quelli di riparazione a settembre.

A quindici anni finalmente … libero! Studi terminati e inizio apprendistato in chimica, quale assistente di laboratorio. Eravamo pochissimi in Ticino, e non c’era una scuola dedicata alla categoria. Quindi insegnamento anche teorico a carico dell’azienda – nella fattispecie la Selectochimica Lautenberg S.A. di Locarno, passata poi a Wander, Sandoz e oggi Novartis – e mezza giornata alla scuola apprendisti per materie quali italiano, matematica, e civica. Siccome non c’era la massa critica per costituire una classe di preparatori di laboratorio, come ci chiamarono in seguito, la mia era una classe mista formata con gli elementi più incapaci delle altre categorie professionali – in alcuni casi veramente al limite del ritardo mentale – le cui scarse capacità d’apprendimento avrebbero rallentato il programma di una classe normale. Due apprendisti falegnami, tre elettricisti, un meccanico, e via di seguito, la cui capacità di apprendere anche le nozioni più elementari era fortemente difficoltosa. La particolarità che contraddistingue questo mio periodo scolastico è la latitanza, spesso addirittura sollecitata dal docente. Ricordo con particolare simpatia il compianto professor Arturo Chiesa – che sarebbe di lì a poco diventato direttore delle scuole apprendisti di Locarno – il quale spesso, al momento di distribuire i problemi per l’esperimento di matematica, mi diceva : «Ti Mellin, va a bev al caffè», cosa che puntualmente facevo rientrando in aula giusto in tempo per sentire il campanello segnalante la fine delle lezioni. Il libretto con le note lo ricevetti dopo il primo trimestre, lo riportai due anni e mezzo dopo e non se n’era accorto nessuno.

L’unica cosa di un certo rilievo da segnalare, è che nel luglio del 1964, parte della fabbrica mi scoppiò letteralmente sotto i piedi. A quei tempi, le misure di sicurezza erano abbastanza aleatorie e gli scarichi di alcuni  lavandini passavano attraverso canaline di scarico aperte in cantina. Siccome poi, nei lavandini ci buttavamo anche dei residui di solventi organici altamente infiammabili, questi si diffondevano nelle cantine nelle quali, quel giorno, scesero alcuni operai. Non si sa cosa fecero – dubito che abbiano acceso una sigaretta, dato l’odore che vi aleggiava, forse provocarono una scintilla – in ogni caso: «boom», il pavimento si alzò di un metro, il soffitto ci crollò addosso e io fui salvato da un armadio che mi cadde addosso, riparandomi da una pioggia di detriti più o meno pesanti. Uscii dalle macerie con un taglietto sul cranio e uno schock non da poco, ma comunque ebbi più fortuna delle sei vittime che ci lasciarono la pelle.

Sempre due anni e mezzo dopo l’inizio del tirocinio, ero stufo dello status di apprendista, e chiesi di anticipare di sei mesi gli esami ai quali fui questa volta sì brillantemente promosso. La motivazione era quella di poter iniziare con un anno di anticipo la scuola tecnica di Winterthur. Ma poi, anche a causa delle difficoltà linguistiche, rinunciai alla scuola e chiesi invece un aumento di stipendio perché il tirocinio l’avevo finito. Volevo accantonare qualche soldo per andare in Australia.

Già, l’Australia. Allora non era come oggi, che ogni giovane fa dei soggiorni di studio in tutti gli angoli del mondo, io stavo per «emigrare» in Australia, pronto a conquistare il mondo dall’alto del mio diploma di laborant chimico. Avevo 18 anni.

Viaggio rigorosamente per nave – l’aereo aveva un costo esorbitante – partenza da Genova poi Napoli, Messina, Port Said, Aden, Suez, Fremantle e Melbourne. Ventun giorni durante i quali ridussi a duecento i milleduecento franchi che costituivano il capitale con cui ero partito. Sulla nave non c’era molto da fare e devo confessare che la maggior parte di quei mille franchi la spesi al bar. Ero partito da Locarno che consumavo esclusivamente qualche birra, sbarcai a Melbourne che bevevo come un cosacco del Don, senza peraltro l’attenuante di dovermi difendere dal gelo.

Mi fanno ridere quelli che oggi s’appellano ai diritti umani contestando gli alloggi nei quali vengono a volte messi gli immigranti clandestini. Io ero allora un emigrante del tutto legale – partito nell’ambito di un programma sussidiato dal governo australiano, che pagava un terzo del costo del viaggio: 690 franchi su un costo totale di circa 2’200. All’arrivo a Melbourne ci raggrupparono nel porto – eravamo una cinquantina, arrivati con due navi – e ci diedero un bottoncino giallo di riconoscimento da appuntare alla maglietta. Poi, tutti su due pullman alla volta del campo di raccolta per immigranti di Bonegilla, un insieme di baracche di legno tipo cantiere, con dieci camere doppie cadauna. Cibo cotto con grasso di pecora, per cui dalle patate alla carne, tutto aveva un sapore di ovino stagionato. Ma non c’era problema, il soggiorno lì durava da una a due settimane, giusto il tempo per le autorità di trovarti un lavoro a Melbourne o a Sydney o a Brisbane.

Prima sorpresa: a 18 anni uno era «junior», e quindi aveva diritto al 70% del salario minimo di un adulto, con il quale senza l’apporto della famiglia era impossibile vivere. Seconda sorpresa: alla faccia delle promesse fattemi dal consolato australiano in Svizzera, il mio diploma non era riconosciuto, avrei dovuto rifare un apprendistato in Australia. Il risultato fu che, dopo sette settimane di soggiorno nel campo – durante le quali non esitai a fare piccoli lavoretti quali la manutenzione dei giardini e la pulizia delle latrine – esasperato me ne andai per conto mio a Melbourne.

Tralascio i dettagli dei susseguenti sette mesi, durante i quali fui occupato quale magazziniere, e poi come operaio generico a Sydney, per arrivare alla terza sorpresa. Per chi oggi si riempie la bocca di termini come integrazione, diritti dell’uomo, xenofobia, eccetera: un parlamentare a Canberra ebbe a dichiarare: «mentre i nostri giovani muoiono in Vietnam, i loro posti alle università e i loro posti di lavoro vengono occupati da quei bastardi di immigranti». Occorre specificare, a sua attenuante, che nello slang australiano le parolacce s’intercalano ogni cinque o sei parole normali, per cui il termine «bastardo» non costituisce un problema su cui formalizzarsi troppo. Il problema invece fu che il parlamento australiano cominciò a studiare seriamente il progetto di coscrivere in servizio militare tutti i residenti anche non naturalizzati, il che significava tre anni di cui due anni e mezzo in Vietnam. E decisi di non attendere che la legge entrasse in vigore. Da casa mi inviarono il biglietto di ritorno e m’imbarcai sull’Achille Lauro. Sydney, Melbourne, Adelaide, Perth, Singapore, Suez, Port Said, Malta, Messina, Napoli, Genova. La mia avventura quale emigrante era terminata dopo soli nove mesi.

Da quel momento fino all’età di circa quarant’anni cercai di godermi il più possibile la vita, lavorando il necessario per mantenermi ma, nel contempo, dedicandomi alle attività che più mi attiravano senza aspettare la pensione per avere del tempo libero. Ho infatti sempre ritenuto peccato dover aspettare, per dedicarsi ai propri piaceri e divertimenti, quando non si ha più il fisico adeguato per fare ciò che ci piace. Furono vent’anni ragionevolmente divertenti, durante i quali sport, vita notturna, e piaceri epicurei si alternarono a una gamma inverosimile di attività professionali (assistente chimico, esercente, impiegato nell’esportazione di farmaceutici, fabbricazione di medicinali, import-export, segretario di un club tennistico, impiegato d’ufficio, eccetera) e a un certo numero di organizzazioni d’eventi sportivi nel settore del tennis e del bodybuilding. In quest’ultimo sport fui anche presidente della Federazione svizzera nonché giudice internazionale, girando allegramente mezzo mondo.

A quarant’anni decisi di diventare una persona quasi seria, avendone ancora 25 davanti a me per assicurarmi una pensione decente. 17 anni nella stessa ditta e l’entrata in politica, dapprima nella Lega con cui feci un paio d’anni quale consigliere comunale a Pregassona. Gli altri due li portai a termine quale indipendente per dissidi all’interno della sezione comunale del partito.

L’entrata nella Lega fu dovuta ad un’osservazione di un amico. Si era all’inizio degli anni novanta e i mugugni contro il malandazzo nella gestione dello Stato erano prassi comune. Io sostenevo parecchie tesi di Giuliano Bignasca, e questo mio amico – liberalone convinto – ebbe a dire: «Ma bisogna anche fare qualcosa però, non solo discutere al bar.». La cosa mi colpì e alla prima occasione mi misi a disposizione per questa per me nuova avventura. Come ho detto, dei dissidi interni alla sezione resero deludente questa prima esperienza e, alla fine della legislatura 1996 mi ritirai in buon ordine.

Nel 1998 però, lessi nei giornali che l’UDC in Ticino aveva assunto la linea Blocheriana – di cui si parlava dal 1992, in occasione della votazione sullo Spazio economico europeo – con la nomina alla presidenza del dottor Alessandro von Wyttenbach. Nel contempo, qualcuno venne a chiedermi la firma quale proponente per le elezioni del 1999. Una breve discussione e invece che proponente mi ritrovai candidato. Fui, seppure onorevolmente, «trombato», figurando terzo subentrante dietro ai tre eletti – Dr. Soldati, Etter e Minotti – nonché a Francesco Soldati e a Morniroli. L’esperienza fu però elettrizzante, e volentieri continuai a lavorare per il partito costituendo e sviluppando la sezione distrettuale di Lugano. Subentrai poi durante il 1999 a Francesco Soldati quale segretario cantonale, carica che ricopro tuttora. Nel 2003 poi raddoppiammo i seggi in Gran Consiglio, e ci fu un posto anche per me. Nel 2004 fui eletto consigliere comunale a Lugano, carica che lasciai un anno dopo perché nel frattempo ammalatomi.

Nel frattempo, una cosa tira l’altra, mi ero ritrovato con un non indifferente accumulo di mansioni e cariche: membro della Direttiva e del Comitato nazionale, idem a livello cantonale e distrettuale di Lugano, vicepresidente della sezione di Lugano, membro del comitato della SVP International (UDC svizzeri all’estero), direttore dell’organo ufficioso del partito Il Paese. Alcune di queste funzioni le lasciai più tardi, primo perché nel frattempo era spuntato nel partito qualche personaggio nuovo di buona volontà pronto a sostituirmi, e secondo, mi trovai ad assumere altri oneri.

Non ultimo, nel 2005 avviai la mia attività quale traduttore, che svolgo a tutt’oggi e che mi permette di arrotondare la mia AVS.

C’è poi il capitolo nero dell’UDC Ticino: le elezioni cantonali del 2007. Non mi soffermerò a lungo su questo oggetto perché, e spero di non essere il solo, non ne vado certamente orgoglioso. Basti dire che di tutti gli errori possibili in una campagna elettorale, non ne tralasciammo neanche uno. Dalla diatriba nei media fra il presidente e il capogruppo in Gran Consiglio, alla presentazione, dopo avervi in un primo tempo rinunciato, della lista per il Consiglio di Stato – fattore scatenante della campagna leghista per «salvare» il seggio (poi dimostratosi tutt’altro che in pericolo) di Marco Borradori – alla candidatura «di punta» in detta lista del sindaco di Bellinzona alla scelta di un tema – la trasparenza – per la campagna elettorale, risultato poi ostico e difficile da far passare quale messaggio all’elettorato. Risultato: un flop micidiale che ci fece crollare dal 5,9% al 3,7% per il Legislativo (stendiamo un pietoso velo sul Consiglio di Stato), passato poi fortunatamente al 4,6% con la percentuale toccataci dalle schede senza intestazione, il che ci garantì il quinto seggio indispensabile per almeno salvare il gruppo parlamentare. Gruppo parlamentare sì, però senza di me, battuto per una settantina di schede da Marco Chiesa. Il che mi dispiacque assai, non di essere battuto dal mio collega – che si rivelò un ottimo deputato e la cui carriera sta tuttora avanzando senza soste – ma perché vi garantisco che essere escluso brucia in modo direttamente proporzionale agli sforzi profusi a favore del partito, e questi non li ho mai lesinati. Fortunatamente per me, dopo un anno subentrai a Paolo Clemente Wicht in Gran Consiglio, e il bruciore praticamente sparì.

In Gran Consiglio mi diedi da fare con diversi atti parlamentari e con una buona percentuale di presenza. C’è da dire che, oltre alle commissioni nelle quali sedeva Wicht, avevo ereditato anche una buona parte di quelle di Brenno Martignoni. Infatti costui, all’appuntamento delle comunali di Bellinzona, si presentò con il suo movimento personale «Il Noce», uscendo di fatto dal partito, nel quale sarà poi riammesso nel 2019 e che oggi figura nella nostra lista.

Nell’ottobre del 2007 ci furono poi le elezioni dell’assemblea nazionale. Nell’ambito del partito nazionale fui nominato responsabile della campagna per il Ticino. Pierre Rusconi – nominato alla presidenza di UDC Ticino a seguito delle dimissioni di Paolo Clemente Wicht dopo le cantonali – aveva già portato un suo stile nel veicolamento dell’immagine del partito, un modo di comunicare apprezzato dalla gente. Questo, assieme all’assicurazione da parte della Lega di una congiunzione delle liste, ci faceva legittimamente sperare nell’elezione di un nostro rappresentante in Consiglio nazionale. Ma all’ultimo momento, voltafaccia di Bignasca: la congiunzione non si fa più. Risultato: 8,6%. Brillante rispetto alle cantonali, ma pur sempre carente di quella manciata di schede (3 o 400) che ci avrebbero permesso di ottenere il seggio da soli.

Nel 2011, il lavoro della squadra «Rusconi» diede i suoi frutti e, anche grazie alla mitica campagna «Balairatt» di cui parlò perfino il «Washington Post», l’UDC mantenne i suoi cinque seggi in Gran Consiglio, fra cui il mio, ma soprattutto conquistò, con Pierre Rusconi, il suo primo seggio in Consiglio nazionale. Il flop del 2007 era stato ricuperato.

Il 2015 segnò la mia seconda «trombatura». Avevamo fatto un’alleanza, oltre quella già collaudata con l’UDF, con Area liberale di Morisoli e Pamini, i quali non avevano ritenuto di confluire direttamente nell’UDC come fecero poi quattro anni dopo. Non portò i risultati sperati e ci limitammo a confermare i nostri cinque seggi, con la differenza che due di essi furono conquistati proprio dai due rappresentanti di Area Liberale. La mia «trombatura» si ripetè poi l’anno dopo alle comunali di Lugano nelle quali risultai primo subentrante.

Il 2019 vide il mio rientro nella politica attiva con l’elezione nel Consiglio comunale di Lugano, nel quale siedo tuttora.

Perché corro con sempre rinnovato entusiasmo – seppure non con lo stesso entusiasmo di vent’anni fa (l’età e i relativi acciacchi si fanno sentire) per queste elezioni cantonali? L’ho detto nella presentazione di questa «Homepage» e lo ribadisco in altre parti: cliccate su «Le mie idee».

Dati anagrafici, funzioni e cariche

Nato il: 14.09.1947
A: Muralto
Da +Angelo (detto Clemente) Mellini e +Maria nata Mazzi
Scuole elementari: Scuole comunali di Locarno
Scuole medie: Ginnasio di Locarno
Apprendistato: Preparatore di laboratorio (laborant chimico) presso la
Selectochimica S.A. di Locarno (oggi Novartis)
Altre formazioni: Certificato d’esercente (nel 1969, oggi scaduto)

Impegni politici

1992-1996 Consigliere comunale a Pregassona
1999-2003 Presidente UDC Distretto di Lugano
1999-tuttora Delegato all’assemblea nazionale UDC
1999-tuttora Segretario cantonale UDC Ticino
2000-2004 Consigliere comunale a Viganello
2003-2007 Deputato in Gran Consiglio *)
2004 Consigliere comunale a Lugano
2004-2007 Membro della Direttiva nazionale UDC
2004-tuttora Membro del Comitato nazionale UDC
2008-2015 Deputato in Gran Consiglio **)
2008-2012 Consigliere comunale a Lugano
2022-tuttora Consigliere comunale a Lugano ***)

Impegni sportivi

1981-1986 Segretario del torneo internazionale femminile di tennis Lugano Ladies’ Open
1986 Giudice arbitro Lugano Ladies’ Open
1986 Presidente Federazione ticinese di body building (FTBB)
1989 Membro Comitato Federazione Svizzera di body building
1991-tuttora Giudice internazionale di body building
1995-1998 Organizzatore di Sporticino (Fiera dello Sport a Bellinzona, Locarno e Lugano)
1999-2002 Presidente Federazione Svizzera di body building)
2000 Organizzatore dei Campionati europei di body building (IFBB) a Losanna

*) Membro delle seguenti commissioni: Legislazione – Scolastica – Aggregazioni.
**) Membro delle seguenti commissioni: Legislazione – Bonifiche fondiarie – Pianificazione del territorio – Controllo Mandato pubblico AET – Energia – Costituzione e diritti politici.
***) Membro Commissione edilizia

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