Una volta si arrossiva, non si osava appellarsi a termini quali amor patrio o orgoglio nazionale, per timore di sembrare fuori posto in un mondo di scettici e di materialisti. Ma, sotto sotto, ci si doveva sforzare per darsi degli atteggiamenti di moda, sì, ma non del tutto condivisi. Così si finiva per ostentare un antimilitarismo strafottente, sbeffeggiando il nostro esercito quale inutile residuo nostalgico di una mentalità anacronistica ma, nel contempo, la maggior parte dei giovani svolgeva poi il servizio militare più o meno diligentemente, facendone poi per anni oggetto di rimembranze e di discussioni con gli amici. Da un lato «l’esercito è inutile, non saremmo in grado di difenderci comunque, se Hitler avesse voluto invaderci…», dall’altro «Losone? Ci ho fatto la scuola reclute, mi ricordo una volta in un esercizio notturno…» oppure «Ah sì, il colonnello Tal dei Tali, un emerito cretino… pensa che una volta, durante una marcia… .

A giustificazione di questo atteggiamento, solo apparentemente schizofrenico, si possono fare alcune riflessioni.

Innanzitutto, nella mentalità dello Svizzero di cinquanta o sessant’anni fa non c’erano dubbi: la Svizzera era un paese privilegiato, per merito o per coincidenza vivevamo nello Stato migliore del mondo, il «Sonderfall Schweiz» (caso particolare Svizzera) era un dato acquisito. E – un po’ come gli Inglesi che raccontano barzellette sui regnanti, ma che non permetterebbero a nessun altro di fare altrettanto – anche noi ci permettevamo un atteggiamento di censura verso noi stessi, consci che nessun altro paese al mondo potesse reggere al confronto con la Svizzera al punto di poter avanzare delle critiche. E nel caso l’avesse fatto, gli si sarebbe risposto orgogliosamente: «Ma guarda in casa tua, o pirla!».

E qui nasce il primo confronto con la Svizzera di oggi. Una Svizzera ormai inquinata – dal punto di vista della morale nazionale – condotta alla deriva da una classe politica sempre meno elvetica e sempre più capitolante verso le pressioni esterne, felice soltanto di non dover ripetere gli sforzi fatti dai nostri antenati per costruire e, soprattutto, mantenere il «Sonderfall Schweiz». Gente che non oserebbe mai – come avrebbero fatto i nostri padri – rimandare i tentativi di pressione al mittente. Perché «pirla» non è un’espressione politicamente corretta – diranno – ma è soprattutto un miscuglio di vigliaccheria e di consapevolezza che la loro azione ha portato il nostro paese a non più essere immeritevole di critiche, che li fa supinamente offrire le terga ai biechi istinti sodomizzatori di Stati che tutto vogliono salvo che il bene della Svizzera.

In altre parole, mentre il nostro arrossire ed evitare di parlare di amor patrio erano semplicemente dovuti al timore di apparire «démodé», oggi questo atteggiamento ha sempre più una sua ragione d’essere. Della Svizzera di oggi, infatti, c’è sempre meno d’andare orgogliosi. E, soprattutto, c’è un sacco di «Svizzeri» cui le cose vanno bene così: una Svizzera comunque ancora in alto sulla scala del benessere nel confronto internazionale, senza però l’obbligo di affrontare quotidianamente degli sforzi non indifferenti per essere «la migliore».

Ma come essere orgogliosi di appartenere a una comunità la cui cittadinanza viene concessa a cani e porci – e non si cerchi di attribuire all’uso di questa espressione popolare inesistenti motivazioni razziste o xenofobe – alla pari di altre nazionalità cui non si è più obbligati a rinunciare? Come pretendere dell’amor patrio da parte di cittadini dei quali gli interessi e il benessere sono in continuazione calpestati a favore di assurde concessioni nei riguardi di minoranze straniere, la cui presenza nessuno ha richiesto e nessuno ha interesse ad agevolare?

Personalmente non arrossisco più appellandomi all’amor patrio, all’orgoglio nazionale di chi non ha mai avuto problemi a ostentarlo in passato quando avevamo tutte le ragioni per farlo o di chi, come me, con il passare degli anni si è reso conto che la situazione si è aggravata al punto che non c’è più posto per gli atteggiamenti controcorrente, né di pura facciata né di sostanza.

Oggi dobbiamo difendere fino all’ultimo sangue – altro concetto, magari un tantino retorico, che deve tornare di moda – la nostra indipendenza e la nostra libertà. Nessuno per il quale questi princìpi non siano prioritari, dovrebbe essere eletto a Berna o anche solo a Bellinzona. Non si può essere per la libertà e l’indipendenza della Svizzera e, nel contempo, a favore dell’UE, dello SEE, di Schengen/Dublino, della NATO e dell’ONU, tutte organizzazioni che la libertà e l’indipendenza ce le vogliono togliere. Come pure non si può permettere che s’indebolisca l’esercito nella forma del servizio di milizia, unico mezzo che può, nel caso concreto, essere utilizzato a difesa della nostra autonomia, oltre che costituire un insostituibile strumento di coesione nazionale fra le varie etnie linguistiche del nostro paese.

Purtroppo, a difendere senza se e senza ma questi concetti, è rimasta solo l’UDC. A giusta ragione, perciò, il partito ostentava qualche anno fa lo slogan «Gli Svizzeri votano UDC!». A sottolineare il fatto che la cittadinanza elvetica dovrebbe andare ben al di là di un passaporto rossocrociato ottenuto ai saldi di fine stagione.

La smania europeista che imperversa nella Berna federale, la brama di internazionalismo, l’adesione all’ONU e, recentemente, l’entrata nel suo Consiglio di sicurezza, la svendita della nostra neutralità sono sintomatici di questa perdita di valori. Meglio soluzioni di comodo che non il faticoso mantenimento del «Sonderfall Schweiz», per il quale necessitano dei numeri che la nostra classe politica non ha più. Oggi, il «Sonderfall Schweiz» è ormai paragonabile a una Ferrari o a una Lamborghini che basta avere il denaro necessario e chiunque le può comperare. Ma se poi non si è capaci di guidarle, l’incidente è dietro l’angolo e può mietere anche vittime innocenti.

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