Qualche commento senza pretese sulla monarchia inglese

(enm) Sono grande estimatore del Regno unito, della sua storia e delle sue tradizioni, cui il popolo britannico – per grande rabbia di chi negli altri paesi ostenta disprezzo e scherno per tutto ciò che non sia «progressista» – in occasione dell’incoronazione di Carlo III, ha dimostrato ancora una volta di essere molto attaccato. Oltre un milione di persone accorse a Londra per l’avvenimento, hanno atteso, incuranti della pioggia battente, il passaggio del corteo reale – da Buckingham Palace all’abbazia di Westminster e ritorno – per inneggiare al loro nuovo sovrano ed essere poi salutati da lui e dalla «Royal Family» dal balcone di palazzo.

Cerimonia anacronistica e obsoleta?

Così non mancano di definirla i denigratori in patria e all’estero, quelli che non vedono altra forma di governo che non sia rigorosamente repubblicana o i buonisti che a ogni piè sospinto sventolano lo spettro della fame nel mondo per condannare quello che ai loro occhi è uno sperpero di denaro pubblico. Io la vedo in altro modo: capo primo, è l’espressione di una tradizione – quella del regime monarchico – molto radicata nel popolo inglese che, infatti, l’ha sempre mantenuta a dispetto della sua presunta inattualità in un mondo in continua evoluzione (o involuzione, sotto diversi aspetti). Secondo: che piaccia o no ai «progressisti» – di cui, almeno quelli non britannici farebbero bene a star zitti e a pensare ai fatti loro – la monarchia inglese è una realtà che, apparentemente, la maggior parte del popolo è disposta a finanziare. Quantomeno, il denaro speso per la manifestazione rimane in Inghilterra, fra l’altro producendo un indotto non indifferente, invece di andare a vantaggio di paesi (o meglio governi) esteri come succede con altre spese del bilancio pubblico. Si potrebbe qui aprire una parentesi per fare un paragone con la Svizzera che – seppure, fortunatamente, senza l’incoronazione di Berset o Cassis – è maestra nello sperpero di denaro pubblico all’estero, a scapito di impellenti necessità interne al paese.
Terzo, l’incoronazione del o della monarca avviene a ogni morte di re, il che – vista la longevità dei membri della dinastia Windsor – rende l’avvenimento piuttosto raro. Al contrario delle annuali celebrazioni del 1° maggio – contro le quali, chissà come mai, i «progressisti» non hanno niente da eccepire – o il 1° agosto da noi, il 14 luglio in Francia, il 4 luglio negli USA e via dicendo.

Dai commenti non pertinenti dei (social) media…

Per far passare le svariate ore dei servizi radiotelevisivi inerenti alla cerimonia, ma anche a corollario degli articoli apparsi nella stampa e nella rete, giornalisti e sedicenti esperti non hanno mancato di allargare il discorso con commenti e previsioni sullo stato della monarchia e sul suo futuro (o sulla sua «imminente» fine), su che tipo di re sarà Carlo III, sull’influenza di Camilla sul sovrano, sulle vicende familiari degli ultimi Windsor e su altri temi che con la cerimonia in sé stessa hanno poco a che vedere.
La monarchia sta e deve stare al passo con i tempi, il regno di Carlo sarà di transizione fra la tradizionalità di quello di Elisabetta II e quello presumibilmente più «moderno» di William. Tutti commenti generalmente piuttosto critici nei riguardi del regime monarchico e delle sue tradizioni.

… a quelli non più pertinenti miei

Innanzitutto, vorrei sottolineare che la famiglia reale non è una famiglia comune nella quale certi comportamenti possono essere tollerati o addirittura accettati come evoluzione dei costumi e adeguamento ai tempi. Intendiamoci, qualche esuberanza giovanile è inevitabile anche fra i membri della «Royal family», ma poi deve prevalere il senso del dovere. A un senso del dovere rigoroso e durato tutta la lunga vita di Elisabetta II, ha fatto seguito qualche sgarro dell’ancora principe Carlo, che però è poi rientrato nei ranghi. Soprattutto, a mio avviso, a farlo deviare fu il matrimonio con Diana che, nonostante sia passata alla storia (almeno per certuni) come la vittima innocente di biechi giochi all’interno della famiglia reale, in realtà fu fin dall’inizio allergica ai dettami e ai doveri imposti dal rango cui era assurta sposando (volontariamente) l’erede al trono. Un senso di ribellione e di intolleranza trasmesso al secondogenito Harry, ulteriormente sollecitato quest’ultimo da un’altra intollerante moglie, Megan Markle.
Al contrario di Harry, l’odierno erede al trono William e sua moglie Kate sembrano aver capito e accettato tutti i doveri loro imposti dal ruolo, lasciando trasparire che, quando sarà giunto il momento, saranno degli ottimi sovrani nel segno della migliore tradizione.
E Camilla? Al contrario dei suoi denigratori che riconoscono solo in Diana la «vera» regina, io la rispetto e la considero del tutto entrata nel suo ruolo di sovrana, e quindi con le carte più in regola della defunta «ribelle» ex principessa del Galles. Ho avuto modo di assistere a delle interviste dedicatele dai media televisivi inglesi, e l’ho trovata estremamente intelligente e simpatica. Sia lei che Carlo, dal loro matrimonio nel 2005 a oggi, hanno saputo conquistarsi le simpatie della maggioranza di un popolo che ha perdonato loro le sfortunate vicende matrimoniali e che lo scorso 6 maggio ne ha applaudito l’incoronazione.

Come cambierà la monarchia inglese?

Altrettanto non pertinente e del tutto arbitrario è il mio commento da non-esperto (ma io almeno lo ammetto) a questo riguardo. Come cambierà la monarchia? Per conto mio, non cambierà drasticamente. Semmai, perderà delle sfere d’influenza se e quando degli Stati del Commonwealth decideranno per l’abbandono del patrocinio britannico per imboccare la via indipendente e repubblicana ma, nella sostanza, il regime subirà solo dei ritocchi marginali, dei maquillage di facciata per adeguarsi il più moderatamente possibile all’evoluzione dei tempi. Perché non bisogna pensare – e il popolo inglese ha dimostrato di non farlo – che l’evoluzione necessiti imprescindibilmente dell’abbandono della monarchia, rispettivamente che la repubblica costituisca necessariamente un progresso. La monarchia inglese è di tipo costituzionale, il potere vero e proprio è gestito praticamente da governo e parlamento, esattamente come in una repubblica democratica. In più, tuttavia, ha il vantaggio di avere un re come simbolo della tradizione e come catalizzatore dell’unità nazionale di fronte ad avvenimenti gravi quali guerre, epidemie o altri fenomeni naturali inaspettati.
Per questo non bisogna aspettarsi dei drastici cambiamenti, la mia impressione che Carlo agirà al motto manzoniano «Adelante Pedro, con juício, si puedes». Un’impronta personale sì – il suo impegno per l’ecologia, per esempio, lo distingue già dalla sua predecessora – ma, dato il suo limitatissimo potere, difficilmente andrà oltre l’espressione di auspici o più o meno velate richieste. E lo stesso dicasi per William, se e quando salirà al trono: il suo senso del dovere e attaccamento alle tradizioni emerge già ora dal suo comportamento quale principe ereditario, con una moglie esemplare che – al contrario della cognata – sembra avere assimilato totalmente gli usi e l’etichetta di corte. Come Carlo a suo tempo è cresciuto alla scuola per diventare re, altrettanto sarà preparato a questo ruolo il suo primogenito ed erede, sebbene verosimilmente, per lui gli anni di scuola saranno meno.
Per cui, un «Dio salvi il re» (e il suo regno), mi sembra più che appropriato.

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